riconoscimento Net Parade

In classifica sito

lunedì 29 aprile 2013

Bastardi senza gloria




Il suo tempo è agli sgoccioli. Fissa la parete scrostata, seduto sulla branda che ha appena rifatto, come tutte le mattine degli ultimi cinque anni. Non ha voluto parole di conforto né assoluzioni: non gli interessa. Non c’è nulla che gli importi, ormai. Negli ultimi minuti preferisce rimanere solo: solo con la sua coscienza, solo a tirare le somme della sua vita. A rivivere il passato, perché il futuro, per lui, non esiste: sarà stroncato dal lancinante bagliore di una scarica elettrica. Sente i passi che si avvicinano: stanno venendo a prenderlo. È vissuto da bastardo, morirà senza gloria.

A mio padre


Mio padre è un grande vecchio,
capelli candidi e volto rugoso.
Lo guardo incedere zoppicando,
fragile di membra e indomito nell’animo;
leggo negli occhi scuri, così simili ai miei,
la voglia di vivere e il timore della morte.
M’intenerisce la malinconia degli a m’arcord
nel dolce accento della sua Romagna.
Vorrei che raccontasse senza pudori:
la gioventù, gli anni duri della guerra,
le idee di libertà e l’insofferenza a ogni giogo,
la dignità degli onesti e la fierezza
che hanno reso unica la sua lunga vita,
e che mi ha trasmesso, insieme al sangue.
Mi sento ancora bambina, al suo cospetto:
la figlia tanto amata, non sempre capita,
che troppe volte ha dovuto perdonare,
ma che non ha mai lasciato da sola.
Spesso l’ho deluso, e non me ne do pace,
e per le volte che l’ho reso orgoglioso,
anche se fugaci, il mio cuore esulta, lieve
come una danza di farfalle colorate.

venerdì 26 aprile 2013

Mare di notte


Nelle tiepide notti d’estate,
il soffio caldo di scirocco
sposa, al profumo dei camucioli,
aromi di lavanda e ginepro.
Dune selvagge degradano
nella spiaggia di sabbia sottile,
opalescente sotto la luna.
Amo sedermi sulla battigia,
sentire la rena bagnata
e il lento fluire della risacca
che accarezza i piedi nudi.
Assaporo gli spruzzi salmastri,
godo la brezza sulla pelle
e il vento tra i capelli.
Con occhi colmi di stelle,
contemplo l’immensa distesa
del nero velluto, ingemmato
da preziosi merletti di spuma.
I pensieri naufragano lievi
e gli affanni si stemperano,
nel dolce incresparsi delle onde.




lunedì 22 aprile 2013

Madre e figlio



“Abbottonati bene: non ti sembra che quel giubbino sia un po’ troppo leggero? Fa freddo, in moto. Mi raccomando: fai attenzione, non superare i limiti di velocità, e appena arrivi ricordati di telefonare. Non farmi stare in pensiero. E… “
“Relax, baby!”
Prorompe in una risata fanciullesca, saluta con la mano guantata di pelle nera, cala la visiera del casco integrale e parte con una sgassata. Non si meraviglierebbe di veder impennare la ruota anteriore della potente motocicletta. Sospira, rassegnato: e pensare che tutti gli amici gliela invidiano, quella pazza scriteriata di sua madre!

sabato 20 aprile 2013

L'addio


Lo so che è  troppo tardi, ormai:
me lo dicono i tuoi occhi sfuggenti,
lo conferma tremante il mio cuore.
So che niente potrei fare e dire:
nessun gesto, promessa o preghiera
serviranno a tenerti al mio fianco.
Non potrò pensarti più mio,
se mai m’ero illusa di averti,
nella mia stolida, vana arroganza.
E allora vai, ma non voltati, ti prego:
lasciami almeno l’orgoglio
di nasconderti le ultime lacrime.




La ricerca della felicità



La cercano dai primordi dell’umanità. Hanno scalato vette impervie, scandagliato abissi, esplorato la Galassia. Analizzata dagli scienziati, definita dai filosofi, cantata dai poeti, invocata dagli amanti: nessuno, mai, è riuscito ad afferrarla, se non per pochi, fuggevoli istanti. L’uomo del terzo millennio è arrivato alla conclusione che non esista, nell’universo conosciuto, e ha cominciato a solcare lo spazio in voli interstellari.
L’eremita guarda il cielo pieno di stelle. Pensa che gli esseri umani non troveranno mai la felicità, se non impareranno a cercarla dentro di sé. 



venerdì 19 aprile 2013

Le donne e il mare

La stupenda copertina del libro 
"Le donne e il mare"

 curato da Stella Demaris 
 illustrato da Diego Luci.





All'interno, oltre alla prefazione di Stella Demaris 
e ai disegni di Diego Luci,
 racconti e biografie di 23 autori diversi.

mercoledì 17 aprile 2013

Quel pomeriggio di un giorno da cani




Auto in panne e sciopero dei mezzi: deve farsela a piedi. Tre chilometri, per arrivare in paese. S’incammina, maledicendosi per l’idea geniale della casetta isolata. Idea non sua, ma del fesso che l’ha convinta a seguirlo in campagna in nome dell’amore eterno, per svignarsela dopo due mesi, esaurito dal canto degli uccelli e dalle zanzare. C’è un sole che nemmeno ai tropici, per il viottolo polveroso non passa un cane e i tacchi, certo, non aiutano.
“Ehi, vuoi un passaggio?”
Il ciclista è decisamente figo e la canna della bicicletta sembra robusta… forse non è poi così male, quel pomeriggio…

Lo specchio


Quanto l’ha amato! Ha passato ore a rigirarselo tra le mani, a interrogarlo per ricevere le quotidiane, gratificanti conferme. A provare trucco, pettinature, smorfie e sorrisi. La cosa che più le dispiace è non poter vedere la meravigliosa nuance di rosso delle labbra. Rosso sangue: il sangue delle  vittime. Oh, sì, negli ultimi istanti delle loro vite le è concesso di specchiarsi negli occhi pieni di terrore, ma è un’immagine appannata, confusa… non le rende giustizia. Quel dannato vampiro le ha regalato l’immortalità, ma le ha sottratto per sempre il piacere di rimirarsi in uno specchio.

martedì 16 aprile 2013

Rrok e i suoi fratelli



È nato in Albania ma vive in Italia da sempre. Ricorda l’arrivo di Edrin e Ana, tre anni meno di lui, e dei piccoli Imir e Mat: i suoi fratellini del cuore. Lui è grande, ha già dodici anni, e li protegge come può dal bastardo che si spaccia per lo zio. Li ha comprati e li tratta come schiavi: se non portano abbastanza soldi sono cinghiate. Rrok ha sempre stretto i denti, ma l’angoscia che ha letto negli occhi di Ana, stasera, è troppo anche per un duro come lui. Ha capito che è successo “quello”. Lo zio dorme nella roulotte, ubriaco. Rrok fa cenno ai bambini di uscire. Accende il fiammifero e dà fuoco alla benzina.    

domenica 14 aprile 2013

La vita è meravigliosa






La pensilina è un crocevia di anime: pendolari, turisti, scolaresche in gita. È seduto sulla panchina da ore. Accende l’ultima sigaretta, poi lascerà al caso: il primo treno metterà fine alla farsa della sua vita. Un salto in mezzo ai binari, e non avrà nemmeno il tempo di sentire il morso dei denti d’acciaio.
“Me ne offri una?”
Si volta, riconosce uno dei tanti homeless che frequentano la stazione; in silenzio gli porge il pacchetto. L’uomo lo prende con mani tremanti di contentezza:
“Amico, la vita è meravigliosa. Non sei d’accordo?”
Lo vede sorridere come un bambino felice… e si sente un idiota.

Il posto delle fragole (hard)


Tu e le fragole… le assaporo tra le tue labbra morbide; i denti affondano nella polpa, le nostre lingue s’intrecciano in un groviglio serrato. Scendo a lambire il succo spremuto tra i tuoi seni frementi; raccolgo golosamente, con le labbra, le perle rosse luccicanti che ingemmano il tuo ventre. Bevo avido dall’ombelico, piccolo pozzo dei miei desideri, ultimo, fragile baluardo che mi separa dalla passione. Scendo più giù, affondo il viso tra le tue cosce bianche: il sapore dolce delle fragole si mescola col tuo, in un cocktail inebriante. Tu e le fragole… e, perché no? Una nuvola di panna…

Il mucchio selvaggio


Ogni anno si ritrovano. Si tolgono la maschera da impiegati modello e irreprensibili professionisti, tirano fuori giubbotti di pelle, bracciali borchiati e caschi effigiati. In sella alle mitiche Davidson, si trasformano nella più impressionante banda di centauri mai vista a un moto-raduno. Li chiamano: “Il mucchio selvaggio”. I bicipiti tatuati, l’eccesso di simboli trash, l’inconfondibile rombo delle Harley: tutto contribuisce ad alimentare la leggenda. Il capo, un omaccione nerboruto con una barba da Mangiafuoco, viaggia col suo piccolo criceto, nascosto nella tasca interna della giacca, accanto al cuore.



venerdì 12 aprile 2013

L'odio


“Tu distruggi sempre tutto quello che io ho costruito. Dove ho fatto nascere il sorriso, porti desolazione e lacrime; dove ho seminato speranza raccogli disillusioni. Esacerbi i cuori che io ho addolcito, trasformi le promesse in accuse e recriminazioni. Abbrutisci gli spiriti che si erano elevati grazie a me: dal paradiso li fai di nuovo precipitare nella dannazione dell’inferno.”
L’Odio rimase ad ascoltare in silenzio, poi piegò le labbra in un sorrisetto di commiserazione:
“Non essere troppo fiero di te stesso, fratello Amore: io sono soltanto la conseguenza dei tuoi inganni… “

La caduta





Accade qualcosa: lo so, lo sento. Il limbo ovattato nel quale sono cresciuto è percorso da sollecitazioni sconosciute. Le acque serene, che mi hanno cullato e protetto, s’increspano in onde tumultuose. Mi fanno ruotare, mi spingono verso il basso. Ho paura: non vorrei lasciare il mio bozzolo, la musica del cuore che batte all’unisono col mio. Precipito in una caduta inarrestabile, senza appigli. Il primo pianto riempie d’aria i miei polmoni. Mani sollecite mi adagiano su un petto morbido: sento di nuovo il suo cuore. Eravamo una cosa sola, lo saremo sempre, anche se divisi. Grazie, mamma.  

L'uomo che non c'era



           Non sei al mio fianco nelle feste comandate, nell’inutile dispiegarsi delle giornate uggiose. Non vegli le mie notti insonni e non colori i rari sogni agitati. Non spingi il mio carrello al supermercato e non mi lasci le tue camicie da stirare. 
Le decisioni importanti della vita le prendo da sola, e da sola me ne compiaccio o ne pago le conseguenze. 
Se dovessero chiedermi di te, potrei solo rispondere che non ci sei, e che non ci sarai mai. Il vuoto di te riempie la mia anima e mi riscalda il cuore, perché la tua assenza è il punto fermo della mia vita. È proprio perché non ci sei, che sei così importante. 

La bella e la bestia



Fatica a riconoscersi, nello specchio che le porge l’infermiera. Gli occhi gonfi e gli zigomi tumefatti deturpano la sua bellezza, ma più dei lividi sulla pelle dolgono le ferite del cuore. Ha raccontato di essere caduta scendendo le scale, e in fondo è la verità. Ha omesso di dire che la caduta è stata provocata dallo schiaffo violento che lui le ha mollato, solo per essere rientrata tardi, dopo una serata innocente con le amiche.
“Chi picchia le donne è una bestia” mormora l’infermiera, scuotendo il capo “dovresti denunciarlo… “
 Pensa che sì: stavolta lo denuncerà. Sorride a se stessa nello specchio.

giovedì 11 aprile 2013

Ode al cioccolato



Scura come il peccato,
morbida carezza
che stuzzica il palato
con la “scioglievolezza”.

Mi piaci ogni momento,
soprattutto la sera,
mi rendi assai contento
d’inverno e in primavera.

Ma anche appena sveglio:
ti apprezzo a colazione;
non c’è nulla di meglio
con pioggia o solleone.

Ti amo, anzi, t’adoro,
ahimè,  quando ti vedo,
rinnego ogni decoro
e vinto mi concedo.

Vorrei spalmarti tutta…
dove, non posso dire,
non è una cosa brutta:
m’intriga da morire.

Se avrò l'idea dannata
di suicidarmi, un giorno,
farò un’abbuffata
che porti al non ritorno.

Un grande, unico pasto
con te come portata,
dal dolce all’antipasto,
mia cara cioccolata!

Il buono, il brutto e il cattivo



“Vieni via con me” disse il buono “ti darò tutto l’amore che vorrai; sarò un compagno fedele e affidabile e resterò al tuo fianco per tutta la vita.”
“Scegli me” rilanciò il brutto “non sono affascinante, ma ho un mucchio di soldi: ti regalerò vestiti e gioielli, come a una regina. Ti porterò nei posti più belli del mondo.”
“Lasciami perdere” scosse la testa il cattivo “sono del tutto inaffidabile, un disgraziato. Ti farei soltanto del male.”
La donna ignorò i primi due e fissò gli occhi verdi del terzo: era così sexy! E le regalava il sapore della sfida. Lo prese per mano e s’incamminarono insieme.

Non è un Paese per vecchi



I Vegliardi sono composti in file silenti. Non porteranno nulla, sul lontano pianeta dove si materializzeranno fra pochi istanti. Conoscono l’immortalità, ma troveranno una nuova, eterna giovinezza, in un paradiso prodigo di doni. Riabbracceranno i padri che li hanno preceduti, nell’attesa dei figli che verranno. Gli astanti levano canti, mentre il Supremo preme il pulsante. Gli anziani svaniscono in fasci di energia. Le molecole disgregate vagheranno nello spazio per sempre: non esiste nessun Eden e non c’è posto, sul pianeta che langue, per degli inutili vecchi che non sanno morire.    

mercoledì 10 aprile 2013

Le vite degli altri



Vago nel buio e nessuno mi vede,
grido nel vento, ma non mi sentono.
Ci sono case, laggiù, tante finestre:
occhi lucenti, che non mi guardano.
M’appresso cauta, mi fermo a spiare
scene di vita che non m’appartengono.
Affetti raccolti intorno a un fuoco,
echi struggenti di risa e parole.
Giochi di bimbi, abbracci di madri,
sospiri teneri d’innamorati.
Io sono fuori, non sento il calore,
non ho giacigli su cui riposare;
ancora un attimo…  ingoio il pianto,
ignoro il gelo che spezza il cuore.
Giro le spalle, riprendo il cammino,
della mia vita fine a se stessa.

lunedì 8 aprile 2013

La gatta

(racconto)


La percezione di mani che lo sfiorano è vivida e reale, come accade spesso nei sogni. Morbide dita femminili s’insinuano tra i capelli, gli sfiorano il viso, ripassano i contorni delle labbra e scendono ad accarezzare le spalle. Artigliano il torace, riempiendosi dei muscoli contratti dall’eccitazione. Unghie acuminate tracciano un solco leggero lungo il ventre, si districano tra la peluria del pube, seguono la piega dell’inguine, fino a stuzzicare i genitali. Le sensazioni che il corpo eccitato trasmette al cervello sono una sferzata violenta. Christian ha la consapevolezza che non possa trattarsi di un sogno; cerca di muoversi, ma le membra intorpidite non rispondono agli impulsi nervosi. È del tutto impotente, nei confronti di quelle mani che lo violano con carezze sempre più incalzanti: succube del potere che esercitano sui sensi esasperati. La strenua lotta fra il corpo, avviluppato dalla mollezza del sonno, e la mente lucida, è bruscamente interrotta dalle dita, che si serrano con decisione intorno al pene eretto. Spalanca gli occhi e cerca di tirarsi su, ma il palmo di una mano, puntato con forza in mezzo al petto, gli blocca il respiro e lo sbatte di nuovo tra i cuscini. Sbigottito dalla sorpresa, cerca di adattare la vista alla semi oscurità della stanza, approfittando della fioca luce lunare che filtra tra le stecche della persiana. Distingue una massa scura, una figura dalle fattezze femminili, incombente su di lui. Il respiro ansimante della creatura, del quale avverte il calore, è quasi un rantolo animalesco. Un irrazionale fremito di terrore gli percorre la spina dorsale, mentre brividi caldi si rincorrono a increspargli la pelle. L’eccitazione mista alla paura è un cocktail di emozioni sconvolgenti; con la gola riarsa, cerca di articolare qualche parola:
<<Chi sei? Come sei entrata?>>

Accadde una notte


Non era un periodo felice: dopo mesi di smarrimento tentavo di riallacciare i fili spezzati della mia vita. I nodi erano molti, e stringevano dolorosamente. Sapevo di essere forte, così come sapevo che le persone forti sono le più fragili. I silenzi delle notti solitarie echeggiavano in testa con urla assordanti, ma quella notte mi addormentai senza fatica. Sognai mia nonna, scomparsa da poco, e l’immagine era così vivida che mi sembrava fosse lì, accanto a me. Mi svegliarono le fusa di Silver, il gattino adottato due giorni prima. Mi piace pensare che Silver sia stato il regalo più bello della nonna.

Caro diario


Nella mano destra stringe il coltello insanguinato; con l’altra compone il numero.
“Pronto, Carabinieri? Ho ucciso mio marito.“
Con calma apatica risponde alle domande, fornisce l’indirizzo. Riattacca, siede ad aspettare. Le chiederanno perché. Non serviranno molte parole: basterà che mostri il diario che la sua bambina ha lasciato, aperto, sotto il cuscino. Involontaria dimenticanza o disperata richiesta di aiuto? Nella pagina, tracciate dalla grafia infantile, poche, agghiaccianti parole. Sbavate dalle lacrime.
“Caro diario, oggi papà mi ha fatto delle cose molto brutte… “


Da qui all'eternità



“Non voglio che tu pianga. La vita è un giro di giostra: goditelo fino in fondo. Quando scenderai, sarò ad aspettarti.”
Ingoio le lacrime e le regalo un sorriso stentato. Sembra così piccola, nel letto dell’asettica stanza dell’hospice. Pallida, smagrita, il volto scavato dalla sofferenza. Eppure così forte, nella dignità della resa. Ha lottato fino all’ultimo, oltre ogni speranza; adesso sa che è finita. Non le resta che qualche briciola di vita, ma il respiro affannato, i suoi ultimi pensieri sono per me. Per me, che vorrei morire insieme a lei. E che l’amerò per sempre. Da qui all’eternità.

domenica 7 aprile 2013

A qualcuno piace caldo


 
“Dannazione, Anna! Quante volte devo dirtelo che il caffè mi piace caldo? Lo voglio bollente! Capisci questa parola? Bol-len-te!”
Anna si chiede cosa l’abbia indotta a sposare l’odioso individuo che le strilla in faccia, deliziandola con i miasmi dell’alito pesante. Annuisce e mormora una scusa. Gli dà le spalle, per non ridergli sul muso. Mentre riempie di nuovo la moka pensa che sì, quella parola la capisce benissimo. Bollente è la bocca di Fabio appiccicata alla sua, bollenti sono le sue mani, bollenti le frasi che ansima  mentre fanno l’amore. Fabio: il suo amante. È suo marito, che non capisce un…

sabato 6 aprile 2013

Amanti





Osservo le mani che accendono la sigaretta: sono tozze, anonime. Chissà perché, le immaginavo leggere come farfalle, quando sognavo che si posassero sul mio corpo. E quelle labbra mute, che aspirano avidamente il fumo, le pensavo tenere, generose di parole. Perfino gli occhi, adesso, mi sembrano oscuri pozzi senza fondo, senza desideri da realizzare. Ci siamo coricati insieme innamorati, lasceremo questo giaciglio da estranei. Mi guarda perplesso, mi domanda cosa ci sia che non va. “Nulla… ” rispondo, indifferente, e sono già altrove. Inafferrabile, come il fumo della sua sigaretta. 

Les amantes



Gli amanti giacciono nell’ombra,

si sfiorano al chiarore della luna.

Di giorno non si riconoscono

e il mondo finge d’ignorarli.

Non indugiano a regalarsi parole:

non hanno tempo da sprecare.

Lasciano gioire i corpi, straziati

da una fame inestinguibile.

Mischiano lacrime e baci roventi,

amari come fiele e dolci di peccato.

Non hanno promesse da scambiarsi,

né progetti su cui fantasticare:

vivono l’eternità in un attimo,

perché eterno è ogni istante rubato.

Rinascono ogni volta che s’incontrano,

per morire nell’eco di un  addio.

Eva contro Eva


La guardo, seduta di fronte a me. Subito mi pento di aver voluto incontrarla. “Lo amo. Mi dispiace tanto”: le uniche parole che riesce a farsi uscire dalle labbra tirate. Mi fissa, con quegli incredibili fiordalisi al posto degli occhi. È poco più di una bambina, potrebbe essere la figlia che non ho avuto. La immaginavo così diversa… no, non ce la faccio: non riesco a odiarla. Che colpa può avere una smarrita, fragile Eva, se non quella di essersi trovata tra le mani la mela proibita? “Non lasciare che ti faccia troppo male” sussurro, posando una mano sulla sua. Mi alzo; me ne vado senza voltarmi.

venerdì 5 aprile 2013

Il posto delle fragole



Parli, e nemmeno capisco quello che dici: ascolto la musica della tua voce e mi perdo nei tuoi occhi. Nell’azzurro delle iridi naufragano le angosce. È quello, il mio posto delle fragole. Non lo conosce nessuno, neanche tu. Lì siamo giovani, io e te, liberi e felici. Soltanto lì, questo amore silenzioso reclama prepotente i suoi diritti. E corro, felice come la bambina che non sono più, gridando nel vento fino a perdere il respiro. M’insegui, mi raggiungi, ci lasciamo cadere tra i cespugli, rossi come la nostra passione. Le tue labbra sono dolci e succose. Le mani, lievi, mi accarezzano l’anima. 

Biancaneve


Sui documenti c’è scritto Mario. Si fa chiamare Maria perché basta cambiare una vocale, ma soprattutto per devozione alla Vergine. Nei deliri dei clienti è Biancaneve, il trans più bello del quartiere, dai folti capelli neri come ali di corvo e la pelle color di luna. Conosce fin troppi nani: almeno settanta volte sette. Individui infimi, non di statura, ma per bassezza morale. Vorrebbe sputare in quelle facce immonde, infilzarli coi tacchi a spillo come vermi schifosi. Ogni notte della sua vita ringrazia la Madonna del miracolo di sopravvivere. Di giorno sogna un principe che non verrà mai.  

mercoledì 3 aprile 2013

Il Tuareg dagli occhi blu

(romanzo-frammenti)


Si è voltata verso Lorenzo, l'ha fissato per un istante, pensierosa, poi gli ha sorriso. La neve che cade sul deserto! Ecco, non c'è paragone più adatto a descrivere l'eccezionalità dei suoi occhi. Di colore verde azzurro, profondi come il mare, limpidi come un cielo sereno. Un solo sguardo, e Lorenzo si sente perduto. Naufrago nell'abisso delle iridi cristalline, disperso nel fitto bosco delle ciglia setose. Funambolo in equilibrio precario sul profilo del suo naso perfetto, affamato dei turgidi frutti delle sue labbra morbide. Assetato del suo respiro, che vorrebbe fondere con il proprio, fino a perderlo.
La donna distoglie lo sguardo e si rivolge a Maria: <<Cara, potrei avere la chiave della mia cabina?>> Ringrazia la ragazza, che si è affrettata a esaudire la richiesta, e sorride di nuovo, facendole scivolare in mano una banconota da venti euro. <<Grazie... buona giornata, ragazzi.>> Si allontana, eterea come un miraggio.




Nei panni di Yebrahim si trova perfettamente a suo agio e a volte, se chiude gli occhi, immagina se stesso con il volto coperto dalla Taghelmoust color indaco, per ripararsi dal vento, dal sole e dalla sabbia, che in groppa a un cammello percorre senza sosta chilometri di deserto, da una sorgente all'altra, alla ricerca di pascoli per il bestiame. Il ragazzo che non si è mai mosso dal paese sogna lunghe file di carovane che attraversano una terra impervia, fatta di distese sterminate di sabbia e rocce. E gli sembra di vedere il colore delle dune, che varia dall'ocra al rosso, mentre si accavallano e si muovono secondo la spinta del vento, sotto un cielo azzurro intenso di giorno e traboccante di stelle la notte. E nelle fredde notti stellate, dopo essersi ristorato bevendo tè bollente accanto al fuoco, immagina di trovare riparo sotto una tenda, dove una bellissima donna, dai lunghi capelli neri e grandi occhi, scuri come le tenebre, lo avvolge tra le braccia morbide e profumate, fino a farlo sprofondare nel vortice della passione.
Solo che adesso la donna che turba i suoi sensi è bionda, con la pelle color del miele e le iridi chiare...  Marina!





È rannicchiata in una delle grandi poltrone di velluto del lussuoso salone di Villa Ortensia, con indosso soltanto una vestaglia di seta, allacciata in vita. Fa ancora molto caldo, ma ha il corpo scosso dai brividi e un leggero sudore le imperla i contorni del viso, accaldato. I capezzoli, turgidi per l'eccitazione, premono contro la stoffa sottile; gli spasmi che contraggono il basso ventre le rendono faticoso il respiro. Appoggia la nuca alla spalliera e chiude gli occhi. La determinazione di non accarezzarsi, mentre con la voce guidava Lorenzo alla soddisfazione dei sensi, è stata un'auto imposizione difficile da rispettare, e adesso si sente spossata, come se avesse dato sfogo alle sue voglie in un amplesso estenuante.
Lorenzo... fino a due giorni fa era soltanto lo sbiadito ricordo di un ragazzino non ancora adolescente, figlio di una signora gentile dalla quale andava a fare i mestieri. Non rammenta che le sia capitato di ripensare a lui, negli anni trascorsi lontano dal paese, se non i primissimi tempi, quando la nostalgia la teneva sveglia la notte. La nostalgia, insieme alla consapevolezza dell'enormità del gesto che aveva compiuto: si era venduta, aveva rinunciato alla sua giovinezza, ai suoi sogni, alla libertà, per scappare quasi come una ladra. Si era arresa, aveva smesso di lottare... e aveva appena vent'anni!



            La potente fuoriserie sfreccia sulla litoranea, ignorando il limite di velocità. Lorenzo è sicuro che Marina sia capace di infrangere tutti i limiti, e farli infrangere anche a lui. Contempla il profilo perfetto della donna, concentrata nella guida, e si sente avvampare di desiderio. Le mani affusolate, dalle unghie lunghe e laccate di rosso, gli suscitano fantasie terribilmente erotiche: vorrebbe sentirsele sulla pelle, quelle mani, carezzevoli ma anche graffianti. Si sente quasi svenire dall'eccitazione. Lei ha superato le ultime case della periferia del paese e continua a guidare, con la sicurezza di chi conosce bene il luogo. Rallenta, fino a fermarsi in un piccolo slargo, che delimita le dune sabbiose del tratto di spiaggia incustodita; parcheggia al riparo di alcuni cespugli che occultano l'auto alla vista dei passanti. La notte è stellata: si potrebbe immaginare di essere nel deserto, se non fosse per il rumore della risacca a pochi metri di distanza. Non si sono scambiati nemmeno una parola, durante il tragitto. Lorenzo è rimasto in silenzio, in trepidante attesa, da quando l'ha portato via dalla casa che condivide con gli altri, al culmine della festa. “Lorenzo, ti andrebbe di fare un giro con la mia auto?” I ragazzi e Maria si erano scambiati occhiate allusive, qualcuno aveva sorriso. Moustapha  annuiva, soddisfatto. “Sì!” aveva mormorato il giovane, e si era lasciato rapire.
Marina sfila la chiave dal cruscotto, si volta verso di lui e lo fissa; gli occhi, più brillanti delle stelle, gli scavano fino in fondo all'anima.
<<Hai mai fatto il bagno nudo, di notte?>>



Lorenzo ha  appoggiato appena il dito sul campanello; il cancello si apre dopo pochi secondi.
            <<Lei Signor Lorenzo? Signora Altieri sta aspettando, prego... >>
            Fissa il domestico Filippino, a bocca aperta: il volto dai lineamenti esotici non tradisce emozione né curiosità. Gli ha fatto un cenno con la mano, come invito a entrare, e lo precede in silenzio, per il vialetto alberato del parco di Villa Ortensia. Lorenzo sente il battito del cuore che sovrasta il rumore dei propri passi, sull'acciottolato di ghiaia sottile. È la prima volta che va da lei, a casa sua: la sua padrona lo sta aspettando... per farlo morire nel suo letto... nudo e legato! La mente vacilla, in preda allo stordimento.  Stringe forte il lungo stelo della rosa scarlatta che ha preso per lei e sente il dolore delle spine acuminate che si conficcano nella carne. Apre il palmo e fissa come ipnotizzato le gocce rosso scuro che fioriscono sulla pelle ambrata; il sangue... ecco, le porterà in dono il suo sangue. E il fuoco dell'incontenibile passione che gli strazia l'anima e gli torce le viscere. La sua Padrona sarà contenta di lui e lo farà morire. Morire di piacere... morire d'amore. Morire... a sangue e fuoco.



<<Baciami le scarpe, Signor Rettore del cazzo!>>
            L'uomo si era accasciato in ginocchio, il flaccido corpo scosso da un tremito incontenibile, il volto paonazzo dalla vergogna, gli occhi vacui smarriti dall'angoscia.
            <<Signora Altieri, la prego... >>
            <<Baciami le scarpe, MALEDETTO-LURIDO-PORCO!>>
            Era scoppiato in singhiozzi, ma lei non si era mossa a pietà. Aveva provato la stessa sensazione di schifo di quindici anni prima, quando gli aveva sputato in faccia ed era scappata dal suo ufficio. Quindici anni passati a coltivare l'odio, a tessere la trama della vendetta.
            <<Ti ho detto di baciarmi le scarpe! Subito!>> Aveva tuonato, sovrastandolo dall'alto dei tacchi da vertigine, incombendo su di lui con la furia dell'ira vendicatrice.  L'uomo aveva appoggiato i palmi a terra e abbassato il viso fin quasi a sfiorare il pavimento; aveva tirato fuori la lingua, con un guaito da cane bastonato, e le aveva leccato la fiammeggiante vernice delle scarpe. Le era venuto da vomitare, come quel giorno...


martedì 2 aprile 2013

La mia nemica amatissima

(racconto, incipit)


E' così che mi rivolgo a te ogni volta che ti penso, ti desidero, t’invoco; che ti vorrei qui per stringerti, annusarti, assaporarti, perdermi in te. “La mia nemica amatissima”, dal titolo di una vecchia canzonetta, piuttosto famosa, le cui strofe riecheggiano nella mente, come il lait motiv che fa da sfondo a ogni altro pensiero. Sottile, subdolo, quasi inconsapevole eppure sempre presente, senza concedere tregua. Anche quando sono sicuro di averti sconfitta, umiliata, debellata per sempre. Strappata da ogni terminazione nervosa e da ogni cellula del corpo. Vinta. Quando m’illudo d'averti archiviata tra gli errori del passato. Troppi, pesanti, a volte imperdonabili ma gettati alle spalle per sempre. Ci siamo conosciuti che ero giovanissimo, poco più di un ragazzino, e nell'arroganza di chi crede d'avere l'universo stretto nel pugno, non ho capito che “quello” sarebbe stato l'incontro fatale della mia vita.
<<Tranquilli... >> irridevo gli amici che mi mettevano in guardia <<non faccio sul serio, è solo un gioco. Lei non riuscirà ad adescarmi: posso dirle “basta” in qualsiasi momento, lasciarla quando voglio e senza conseguenze. Non cadrò nelle sue lusinghe e non le permetterò di rendermi schiavo. Non potrà farmi il male che ha fatto a molti e che farà ancora a chissà quanti. Io non sono come gli altri: non sono un idiota!>>
Quanti drastici, stupidi “no!” che si sono trasformati in titubanti “forse... ”, per capi­tolare in altrettanti, amari, “sì”.
Non eri mai tu, a cercarmi: non ne avevi bisogno. Ti bastava mostrarti e aspettare, conscia del fascino perverso che eserciti, della malia che ottenebra la mente degli stolti che avvolgi tra le spire. Ed io ci sono cascato! Io, sbruffone, spirito libero, sicuro della mia onnipotenza. Io, il primo a dileggiarti, disprezzarti, disconoscerti... “Io”, l'ultimo dei cretini!
Quante volte ho provato a liberarmi di te! Non ti sei mai opposta, non hai protestato né fatto nulla per trattenermi. Rimanevi silenziosa in disparte, indifferente all'inferno che mi avvampava dentro, al quale cercavo invano di sfuggire. Sapevi quanto mi costasse la privazione, quanto fossi angosciato al pensiero di non vederti più, di non possederti, di non godere dell'illusorio appagamento che concedevi. E che non mi bastava mai. La rinuncia era tanto più dura, quanto più era vivida la consapevolezza di poterti riavere in qualsiasi momento, senza nemmeno dover chiedere, come se non t'avessi mai ripudiata. Bastava un gesto per farti tornare e vanificare giorni, settimane, mesi di torture durante i quali mi dicevo: “Ecco, ce l'ho fatta, stavolta è per sempre”. 
Ritrovarti mi riempiva d'euforia, come se l'ennesima battaglia che avevo appena per­so, contro di te e contro me stesso, fosse in realtà la più gratificante delle vittorie. Tu non recriminavi mai: il mio disprezzo e le continue abiure non ti offendevano; tornavi a me umile, sottomessa, sempre uguale a te stessa eppure diversa, più forte e invincibile della volta precedente. Ero io a darti quella forza, ad alimentare il tuo potere, a consegnarti la chiave delle catene con le quali m'imprigionavo da solo. Tu non chiedevi null'altro che quel piccolo, insignificante gesto e in cambio offrivi te stessa. Ti lasciavi consumare fino alle briciole, incenerire dalla smania voluttuosa della mia inestinguibile brama. Morivi per me e rinascevi subito dopo, più desiderabile che mai. Non chiedevi nulla e davi tutto.
Ci ho messo troppo tempo, a capire che era il contrario, ma ormai era tardi: non avevo vie di scampo. Tu non ne concedevi, o meglio, ero io a non darne a me stesso e a non voler percorrere quelle che tutti, inutilmente, m’indicavano. Sì, perché adesso ho capito qual è il prezzo che chiedi: ho voltato la carta e rivelato l'inganno. Adesso so che mentre bruciamo insieme i nostri deliranti amplessi, sprofondo senza appigli nel baratro della rovina. Adesso lo so, che mi sto distruggendo... con te e per te.