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martedì 26 maggio 2015

Silver




La sua auto! Riconoscerebbe il rumore tra mille. Si scuote dal torpore ovattato che l’ha fatto sonnecchiare per tutto il giorno, si alza e si stira. I sensi sono allertati, ma le ossa dolenti e i muscoli rattrappiti tradiscono le stagioni trascorse. Un tempo non era così: appena la sentiva arrivare, scattava come una molla e in una frazione di secondo era accanto alla porta.
Eccola, apre il portone e comincia a salire le scale. Il passo è pesante, strascicato, come sempre quando torna dal lavoro. Lavoro: non sa bene che significhi quella parola. Sa che è qualcosa che la tiene per molto tempo lontano da lui e la rende stanca, affaticata, a volte irritata. Ma sa che è importante per entrambi, perché le permette di trovare il cibo delizioso che gli mette nel piatto quando ha fame, di riscaldare la casa in inverno e di portarlo dal dottor Luigi, così “gentile e simpatico”. E sa anche, perché glielo sente ripetere spesso, che il lavoro è una benedizione, un dono del Signore in tempi di crisi e disoccupazione. Ignora il significato di quei concetti e non sa chi sia il “Signore”: non ricorda di averlo mai visto, nella loro piccola dimora. Ha conosciuto l’idraulico, l’elettricista, la dirimpettaia e un paio di amici che si sono fatti vivi solo due o tre volte, per poi sparire. Ma quel Signore tanto spesso invocato, nulla di nulla.
Lei è già a metà della rampa di scale: riesce a percepire il suo odore particolare, diverso da quello di tutti gli altri esseri viventi. Comincia a chiamarla, prima piano, poi con insistenza; lei accelera il passo, sale gli ultimi scalini quasi di corsa. Adesso è sul pianerottolo, infila la chiave nella serratura, apre la porta. E la sua voce, che ama più di ogni altra cosa del suo piccolo universo:
«Amore mio, sto arrivando!»
Entra nella stanza come un vento di primavera, fresco e saturo di profumi; posa per terra tre o quattro sacchetti colorati. Ritrovarla è ogni volta un’emozione nuova. E’ bella, piena di vita, alta fin quasi a sfiorare il soffitto della mansarda. Il cuore gli scoppia nel petto, tanta è la gioia di vederla. Si strofina alle sue scarpe e si rotola sul pavimento; l’organo nascosto nella gola comincia a gorgogliare rumorosamente: le dice che gli è mancata e che è felice di vederla. Lei si piega sulle ginocchia, gli passa la mano sul ventre in tenere carezze, lo gratta con le unghie sotto il collo e dietro le orecchie.
«Silver, piccolo, non devi miagolare così forte ogni volta che torno a casa! I vicini potrebbero pensare che ti maltratti e chiamare la protezione animali».
Adora gli strani versi squillanti che le escono dalla bocca aperta: sa che quel fenomeno si chiama “ridere”, ed è una cosa buona, perché indica uno stato d’animo positivo. Non la sente ridere spesso, anzi, è più frequente che dai suoi grandi occhi scuri rotolino quelle piccole perle trasparenti e liquide che si chiamano lacrime. Ma stasera niente lacrime: stasera la sua mammina è in quel magico stato di grazia che risponde al nome di felicità. Peccato abbia già smesso di coccolarlo: sembra presa da una sorta di frenesia. Si è rialzata e ha posato le borse sul tavolo, un attimo prima che lui vi balzasse sopra e ficcasse il muso dentro.
«Silver, monello! Ti ho mai detto che la curiosità uccise il gatto?»
Ride di nuovo, mentre lo spinge delicatamente da parte per tirare fuori la spesa. Sì, quella frase gliel’ha sentita ripetere centinaia di volte, anche se gli sfugge il significato. Sa solo che il gatto è lui e Silver è il suo nome. Sa anche che lei non è proprio la sua vera mamma, della quale conserva un ricordo vago come un sogno. Un corpo accogliente di pelo caldo da cui succhiava un nettare dolce e ristoratore, e una lingua ruvida che lo lambiva, mentre annaspava al buio per farsi largo tra i corpicini di altre creature, minuscole e indifese come lui. Era troppo piccolo, non ricorda altri particolari, ma non ha dimenticato il primo incontro con la sua seconda mamma, quella definitiva. Glielo avevano messo tra le mani che era poco più di un batuffolo peloso; tremava di paura e aveva cominciato a miagolare. Lei l’aveva stretto delicatamente, se l’era avvicinato al viso e l’aveva baciato sulla testolina, sussurrando parole incomprensibili con voce calda e suadente. Poi i loro occhi si erano incontrati, quelli giallo-verdi del piccolo felino e quelli castano-dorati della giovane donna, e le loro anime si erano fuse. Era stato amore a prima vista, totale e incondizionato.
«Sei una meraviglia, piccolino! Il tuo pelo sembra argento vivo.»
Così l’aveva chiamato Silver. Da allora si sono alternate molte stagioni: Silver se ne rende conto dai suoi riflessi, che sono diventati lenti, e da qualche doloretto sempre più fastidioso. Ma anche dai fili bianchi che sono comparsi tra i riccioli scuri della mamma e dalla ragnatela di piccole rughe che le contorna gli occhi. Non sa che quello significa invecchiare, ma sente di essere molto vicino alla fine della sua meravigliosa avventura: ultimamente è stanco e ha perso la sua proverbiale curiosità. Sarebbe bello rimanere per sempre in uno dei suoi sogni colorati, pieno di topolini dispettosi con i quali giocare a rincorrersi. Ma la mamma non c’è, in quei sogni, e non può lasciarla sola. Gliel’ha promesso la prima volta che ha visto sgorgare le perle lucenti dai suoi occhi: aveva allungato una zampa per cercare di catturarle e se ne era sentito inumidire i polpastrelli. Lei se l’era stretto al petto, sospirando:
«Silver, cucciolo mio, meno male che ci sei tu. Sei l’unico amore della mia vita. Non mi lascerai mai, vero?»
L’aveva fissata con i suoi occhi da sfinge, poi le aveva sfiorato le labbra con il nasino umido, suggellando con un bacio il patto d’amore che non avrebbe avuto mai fine. 
Le loro vite, così diverse, sono trascorse per molti anni in perfetta simbiosi. E stasera Silver sa che c’è qualcosa di diverso. Lo sente nell’aria, lo percepisce dalla sua voce, lo legge nei suoi occhi.
«Amoruccio, dai, vieni a mangiare la tua pappa, che la mamma ha da fare. E’ tardi e devo preparare la cena. Stasera viene il dottor Luigi…»
Ha lasciato la frase a metà e si è seduta su una sedia. Le balza in grembo, si acciambella e lei comincia ad accarezzarlo; ha un’espressione sognante:
«Sai, ci siamo incontrati al supermercato. Aveva il carrello pieno di cibi precotti, roba da single, un po’ come il mio. Mi ha chiesto di te, come stai, e allora mi sono buttata: gli ho detto che, se voleva, poteva venire a farti una visita a domicilio. L’ho invitato a cena. Sono stata impulsiva, lo so, ma le parole mi sono uscite dalla bocca senza che me ne rendessi conto. Lui ha accettato subito, sembrava piacevolmente sorpreso. Oh, Silver, chi l’avrebbe detto che il tuo veterinario mi avrebbe fatto battere di nuovo il cuore? Quando siamo usciti, mi ha offerto un aperitivo; ci siamo seduti a un tavolo del bar e abbiamo parlato. Abbiamo tante cose in comune, sai? Anche lui è solo da molti anni e adora i gatti. Si è fatto coraggio e mi ha confessato che gli sono piaciuta fin dalla prima volta che siamo andati al suo studio. Ha detto che sono diversa dalle altre, che con me si trova a suo agio, che sente che posso capire la sua solitudine e condividere i suoi interessi. E ha detto che sono bella! Capisci, Silver? Bella io! Erano anni che nessuno mi diceva che sono bella. Beh, sarò un’incosciente, ma ho deciso di fidarmi di lui. Forse è la mia ultima occasione: forse Luigi è un dono del Signore. Che ne pensi, Silver?»
Silver si crogiola beato, fa le fusa, si gode le carezze. E’ contento che il Signore si sia finalmente fatto vivo, anche se per mezzo di un’altra persona. Chissà, forse aveva troppe cose cui pensare, troppi doni da elargire, e ha mandato il dottor Luigi; ma va bene anche così. E’ una cosa buona, perché la mamma è felice. Pensa che adesso potrà finalmente addormentarsi sereno e sognare un prato di erba verde e profumata, con tanti topolini bianchi da rincorrere.