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sabato 30 aprile 2016

A mio marito




Amore mio,
non sorridere per l'esordio un po' retorico, forse banale.
Per me non è facile: non sono brava con le parole. Sei tu il sognatore, quello che scrive versi ed è felice di risvegliarsi ogni mattina.
Eppure io, pragmatica e disincantata, salda come una quercia, avrei rischiato mille volte di schiantarmi sotto i fulmini della vita, se non avessi avuto te al mio fianco.
Mi sei rimasto accanto anche nei momenti più difficili e hai asciugato le mie lacrime. Un mare di lacrime, tante ne ho versate, ma con la consapevolezza che ad annaspare con me in quel mare burrascoso ci fossi tu, pronto a trarmi in salvo sulle spiagge assolate della felicità.
Ti sembrerà strano leggere frasi simili scritte da me. Vorrei provare a dirti tutto quello che mi sono tenuta dentro in tanti anni; non perché il mio cuore fosse scevro di sentimenti, ma perché a volte è così difficile esprimerli a parole...
Spero, con queste lettere, di colmare l'imperdonabile lacuna del mio silenzio e riempire il vuoto assurdo che ci separa...

Tempo e spazio sono soltanto concetti relativi che appartengono al nostro universo limitato.
Il tempo e lo spazio che ci dividono non rappresentano che un battito di ciglia nell'eternità.
So che un giorno chiuderò gli occhi per un istante, e quando solleverò le palpebre ti ritroverò al mio fianco.
Sorriderai, e l'azzurro dei tuoi occhi, che il trascorrere degli anni non è riuscito a sbiadire, sarà di nuovo il mio cielo sereno, solcato da festose ali di gabbiani.
Stringerai tra le tue la mano che adesso trema d'emozione nel vergare queste righe; mi assicurerai che va tutto bene, che ci sei tu a proteggermi e non devo avere paura.
Poserò la testa sul tuo petto e mi lascerò consolare; non potrò evitare di piangere, ma saranno lacrime di sollievo che asciugherò di nascosto con le nocche delle dita per non farti preoccupare.
È una vita intera che ti preoccupi per me, e forse non ho saputo dimostrarti quanto te ne fossi grata. Voglio provare a farlo adesso; non è troppo tardi: il tempo e lo spazio si annulleranno per noi...

Il tempo con noi è stato generoso, eppure è trascorso nel breve lasso di un respiro.
Abbiamo esplorato insieme, tenendoci per mano, i sentieri tortuosi della vita. Spesso il cammino è stato lieve, alcune volte irto di pericoli e difficoltà; non ci siamo arresi, e soprattutto non ci siamo persi.
Ci siamo goduti appieno ogni stagione: la primavera piena di sogni della gioventù, l'estate sfolgorante della maturità, l'autunno carico di riflessi dorati, il grato riposo dell'inverno.
Il nostro viale del tramonto non ha udito i sospiri melanconici di due anime stanche e rassegnate, ma l'eco delle risate di quei fanciulli che non abbiamo mai lasciato morire dentro di noi.
È stato sublime, è stato terribile, è stata un'avventura senza eguali, ed è stato tutto questo grazie a te.
Se potessi dilatare il tempo e tornare al nostro primo appuntamento, mi perderei ancora nel tuo sguardo e vibrerei di trepidazione al suono della tua voce. Ti affiderei la mia mano e la mia anima, e accetterei che mi offrissi quel gelato del quale, dopo tanti anni, non ho dimenticato il sapore...

Eravamo appena due bambini: nemmeno trent'anni in due. Ci vedevamo di nascosto nel parco dopo la scuola; dieci minuti rubati, poi a casa di corsa per non arrivare in ritardo ed essere costretti a dare spiegazioni.
Se ci avanzava qualche spicciolo della merenda, compravamo un gelato dall'omino con il carretto; un gusto trenta lire, due gusti cinquanta. Prendevamo un solo cono, panna e cioccolato, e lo assaporavamo con lentezza per farlo durare il più a lungo possibile.
Posare le labbra dove avevi appoggiato le tue era un'emozione sconosciuta ed esaltante, un po' come baciarci.
Il primo bacio ce lo siamo dati per sbaglio; toccava a me leccare il gelato, o forse toccava a te... avevamo perso il conto. Mi sono ritrovata con la tua bocca morbida premuta sulla mia; era più dolce della crema e più stuzzicante del cioccolato.
È durato appena un istante, ma quel bacio, il nostro primo bacio d'amore, lo ricordo come se ce lo fossimo scambiati ieri.
Oggi sono tornata nel parco; c'è ancora la nostra panchina. Mi sono seduta e ti ho aspettato a lungo...

Ti prego, non sorridere di me e non rimproverarmi: so che dovrà passare parecchio tempo prima che possa rivederti, ma aspettarti ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, mi rende meno insopportabile la tua assenza.
Il carretto del gelataio non c'è più ma la panchina è sempre al suo posto, un po' arrugginita e traballante; il boschetto di faggi è diventato quasi una foresta e il nostro praticello è ancora punteggiato di margherite.
Ricordi quante volte le abbiamo sfogliate insieme? Ci affidavamo trepidanti al loro responso, e tu baravi per far tornare il numero dei petali sempre dispari. Fingevo di non accorgermene e ridevo, felice che la complicità dei fiori confermasse i nostri sentimenti.
M'ama, non m'ama... era una sorta di cantilena, quasi un gioco soltanto un po' più intrigante.
In realtà “ti amo” abbiamo trovato il coraggio di dichiararlo solo dopo molto tempo. Ce lo dicevamo con gli occhi, con l'intreccio delle mani, con il casto sfiorarsi delle labbra, ma quelle due piccole, immense parole erano difficili da pronunciare e troppo preziose per andare sprecate nel soffio di un respiro...

“Ti amo” me l'hai detto per la prima volta sulla spiaggia. Io non c'ero mai stata, anche se distava pochi chilometri dal paese.
Quella domenica d'inverno, ho raccontato in casa che andavo al cinema parrocchiale con le amiche; tu hai preso in prestito la bicicletta sgangherata di tuo cugino e mi hai portato sulla canna.
Abbiamo rischiato di cadere più volte, attraversando la pineta sullo sterrato pieno di buche per raggiungere il litorale, ma stretta tra le tue braccia che reggevano il manubrio mi sentivo al sicuro.
Ricordi il mio stupore quando ho visto il mare? Era immenso, più azzurro di quanto immaginassi, e il frangersi delle onde sulla rena bagnata, mischiato al soffio del maestrale, sembrava una sinfonia d'amore.
Siamo rimasti a contemplare lo spettacolo maestoso della natura tenendoci per mano; poi tu hai sussurrato qualcosa che non ho capito: le parole si erano perse nel vento.
Allora l'hai gridato a pieni polmoni: – Ti amo! - e un raggio di sole si è riflesso nei tuoi occhi.
In quel momento ho saputo che sarebbe stato per sempre.

Per sempre...
Quando si è molto giovani, ci s'illude che “per sempre” sia un'unità di misura infinita, un tempo inesauribile; si ha la presunzione di essere eterni e onnipotenti come Dio.
Una mattina apri gli occhi e ti accorgi che il tuo attimo di eternità è già trascorso, si è disgregato come un soffione di tarassaco.
È questa la vita: un soffio; che ci siano concessi un solo giorno o cent'anni, la vita è sempre e soltanto un soffio di vento.
Bisogna avere il coraggio di vivere ogni istante come se fosse l'ultimo; cercare e coltivare l'unico valore che dia un senso all'insensata casualità dell'essere nati: l'amore.
Non tutti hanno la fortuna di amare ed essere amati come è accaduto a noi due, marito mio.
Nei molti anni trascorsi insieme, talvolta l'ho dimenticato; nel dibattermi tra i problemi e le tribolazioni della quotidianità, ho perso di vista ciò che era davvero importante.
Tu sai che ti amo, ma forse non te l'ho dimostrato abbastanza. Me ne rendo conto adesso che sei lontano e ho troppo tempo per pensare e ricordare...


Non sempre i ricordi sono una consolazione: ricordare i tempi felici quando la felicità sembra essere svanita, è un fardello che opprime l'anima.
So che devo pazientare, amore mio, ma mi manchi ogni giorno di più; ormai aspetto solo il momento in cui potrò riabbracciarti.
Nel cassetto del tuo scrittoio ho trovato un vecchio taccuino ingiallito; con un tuffo al cuore, ho riconosciuto il tuo quaderno. Non sapevo che lo conservassi ancora, non immaginavo che non avessi mai smesso di scrivere.
Un tempo componevi poesie e me le leggevi la sera, prima di addormentarci. Erano liriche ingenue, piene d'amore e di tenerezza. Poi la vita ci ha risucchiato nel suo vortice e tu non hai più scritto, o almeno era quello che credevo.
Decifro la tua grafia elegante che si fa incerta e tremolante con lo scorrere delle pagine e degli anni. Non riesco a trattenere le lacrime.
Perché non mi hai detto che continuavi quasi ogni giorno a dedicarmi i tuoi versi, perché io non te l'ho mai domandato? Quante cose abbiamo smesso di confidarci, quanti momenti d'intimità abbiamo perduto?

Se fossi qui e potessi chiederti che ne è stato di quel giovane poeta e della ragazza che s'incantava ad ascoltare le sue poesie, sono sicura che mi asciugheresti le lacrime con le dita e mi scalderesti il cuore con un sorriso.
– Abbiamo vissuto, tesoro mio, – diresti, – abbiamo vissuto e siamo stati felici. Abbiamo colto le nostre rose quando erano in boccio e ne abbiamo conservato il profumo nella memoria quando sono sfiorite. Non ci siamo mai perduti, non abbiamo sepolto il germoglio dell'amore sotto le foglie morte dell'indifferenza. Siamo cresciuti insieme, e sempre insieme, mano nella mano, abbiamo affrontato l'avventuroso viaggio della vita. Con qualche sogno che forse è sfumato strada facendo, ma con la meravigliosa, concreta certezza della nostra quotidianità.
Così mi diresti, ne sono sicura. Se chiudo gli occhi, riesco a vederti e mi sembra di udire la tua voce che pronuncia quelle parole. Posso perfino avvertire la fragranza delle rose che coltivavi con passione nel nostro piccolo giardino, quelle delicate, di un sontuoso rosso crèmisi, che avevi ribattezzato con il mio nome.

Adoro sentirti pronunciare le due sillabe che compongono il mio nome; lo adoro fin dalla prima volta che ci siamo incontrati e mi hai chiesto come mi chiamassi. L'hai ripetuto in un soffio e la timidezza mi ha fatto arrossire e abbassare gli occhi. Un nome comune il mio, quasi banale, ma sulle tue labbra sembrava quello di una principessa delle fiabe, e tu eri il principe dolce e bello come il sole dei miei sogni ingenui di bambina.
Mi manca la tua voce che mi chiama per nome, mi manca la sottile emozione che ogni volta mi fa palpitare, ancora dopo tanti anni. Mi manchi tu. Quanto dovrò aspettarti, amore mio? Quante interminabili notti dovrò trascorrere insonne, orfana delle tue braccia, a maledire la luna, quella luna che un tempo mi era amica, e tentare invano di placare l'assurda sofferenza che mi strazia l'anima nel delirio di queste lettere?
Non appena tornerai le leggeremo insieme, ne rideremo insieme. Mi prenderai un po' in giro e io fingerò di mettere il broncio, ma sentirò il cuore scoppiarmi di felicità...

La felicità... ti affanni a inseguirla e non ti accorgi che è lì, fra le tue mani, fatta di tanti piccoli istanti; lieve ed effimera come le farfalle tra i viburni nella poesia del Pascoli che ti è tanto cara.
Non puoi afferrarla la felicità, non puoi fissarne gli attimi in un eterno presente. Chiudi gli occhi e ti ritrovi già vecchia; la vita è trascorsa in un soffio, come sabbia nella clessidra del tempo.
Adesso che sei lontano, mi ricordo di quanto siamo stati felici insieme. Felici negli anni pieni di aspettative della gioventù, in quelli convulsi della maturità e perfino nella melanconica rassegnazione del nostro crepuscolo.
Ero felice senza saperlo, e soltanto ora che non ci sei, mi rendo conto di essermi lasciata scorrere tra le dita quegli attimi preziosi.
Non c'è felicità senza te, amore mio; ho un peso doloroso che mi opprime il petto, un enorme macigno che spezza il respiro in un rantolo affannato.
Il medico dice che è il cuore; mi ha prescritto delle medicine. Non sa che nessuna medicina potrà restituirmi la felicità...

L'inverno è finito, amore mio. Il primo, gelido, interminabile inverno che ho trascorso senza te.
Una tiepida primavera punteggia di fiori i prati e riempie l'aria di profumi. Le nostre rondini sono tornate; tra pochi giorni potrò sentire il pigolio dei nuovi nati provenire dal nido sotto la grondaia. Per la prima volta non lo ascolteremo insieme.
Sono proprio le piccole cose come questa a mancarmi di più, ma tu non preoccuparti: a parte un po' di tristezza mi sento bene, sono forte e saprò aspettare tutto il tempo che sarà necessario.
Oggi sono andata al parco. Sulla nostra panchina, un ragazzo e una ragazza si tenevano per mano e bisbigliavano qualcosa sorridendo; ogni tanto si scambiavano un bacio.
Mi sono intenerita ripensando a noi due a quell'età: in fondo non eravamo tanto diversi.
Il tempo cambia molte cose, ma l'amore resta sempre uguale a se stesso. L'amore sfida il tempo e non ha età. Finché durerà il Mondo, ci sarà sempre una coppia d'innamorati a scambiarsi effusioni e promesse su una panchina, in una splendida giornata di primavera...

Mio caro,
oggi è venuta a trovarmi la bambina. Lo so che nostra figlia ha quasi cinquant'anni, ma per me rimarrà sempre la mia bambina.
Ricordi com'eravamo felici quando l'abbiamo portata a casa dall'ospedale? Ci avevano fatto sposare in fretta e furia, prima che si cominciasse a vedere che ero incinta, e tu avevi abbandonato l'università per cercarti un lavoro, ma ci sembrava di toccare il cielo con un dito.
Non m'importava di avere rinunciato all'abito bianco, alla cerimonia sfarzosa e al ricevimento; non provavo vergogna per quel meraviglioso atto d'amore che aveva generato in me una nuova vita e non temevo le responsabilità e gli impegni che, come prediceva con rammarico mia madre, “mi avrebbero rovinato gli anni migliori”. Avevo te, la nostra creatura e un minuscolo appartamento in affitto: mi sentivo la donna più fortunata del mondo.
Ripensandoci adesso, mi rendo conto di quanto quegli anni siano stati duri, segnati da sacrifici e rinunce, ma allora eravamo giovanissimi, forse un po' incoscienti e tanto innamorati. Il futuro non ci faceva paura perché sapevamo che lo avremmo affrontato insieme...

Quando, quel futuro, ha smesso di sembrarmi così roseo? In che momento la quotidianità ha cominciato ad appannare i sogni? Forse quando non ti ho più chiesto di leggermi le tue poesie perché ero troppo stanca per restare sveglia ad ascoltarle; forse per questo hai preferito nascondermi che le stessi ancora scrivendo.
Mi tormenta il rimorso di non essere stata la moglie che avresti meritato, e me ne rendo conto soltanto adesso che sei lontano.
Nostra figlia dice che devo elaborare e guardare al futuro. Non comprendo questo linguaggio da informatica, non so cosa significhi il termine “elaborare”. Dovrei smettere di aspettarti? Dovrei dimenticare il passato?
Lei non è ancora abbastanza vecchia da sapere che il passato è più reale del futuro, e che i ricordi sono un tesoro da conservare gelosamente per trarne consolazione nei momenti di sconforto.
Lei non sa che mi aggrappo proprio a quei ricordi, a quello che di te mi era sconosciuto e che scopro nel leggere le tue poesie, per trovare la forza di riaprire gli occhi ogni mattina e aspettare il tramonto...

Assomiglia a te nostra figlia; l'azzurro degli occhi è appannato dalla sofferenza, il biondo dorato dei capelli scolora nell'argento dell'età. È ancora molto bella, ma la sua giovinezza è ormai soltanto un ricordo.
Quanto teneramente amiamo la nostra bambina! Forse perché non abbiamo avuto altri figli, forse perché rappresenta il frutto del nostro amore.
La osservo: la sua espressione dolente mi blocca il respiro, come se avessi un macigno sul petto. Vorrei prendere sulle mie spalle anche il suo fardello, vorrei preservarla per sempre dagli affanni della vita.
Ingoio le lacrime e mi sforzo di sorriderle. La stringo forte tra le braccia, le dico di non preoccuparsi: io sto bene e tu tornerai presto. Andrà tutto nel migliore dei modi, andrà com'è giusto e naturale che vada. Fa parte della vita, il dono meraviglioso che ci è stato concesso e del quale dobbiamo accettare tutto. La felicità ma anche il dolore, l'onda e la risacca, l'alba e il tramonto.
Scoppia a piangere a dirotto fra le mie braccia. Vorrei che tu fossi qui con noi e mi aiutassi a consolarla...

Io ho le tue poesie a darmi forza e consolazione, e scriverti queste lettere è come scavare a fondo nella miniera dell'anima, per estrarne le gemme preziose dei ricordi.
Il passato mi aiuta ad affrontare il presente con serenità. Al futuro cerco di non pensare; vivo ogni giorno con pienezza: sbrigo le incombenze quotidiane, do una mano alla bambina, mi godo la compagnia e l'affetto dei nipoti, che vengono a trovarmi ogni volta che possono.
Ho perfino ricominciato a dipingere, quei quadri un po' naif che ti piacciono tanto, e mi prendo cura del giardino. Sai, i cespugli di rose mi hanno regalato una meravigliosa fioritura. Come dici sempre tu, le piante sono vive, sentono chi le ama e restituiscono l'amore che ricevono.
Non è facile andare avanti senza di te, però non voglio che ti preoccupi: mi sento bene e assaporo ogni istante della vita. Sono solo un po' triste, ogni tanto, ma non piango. Non lo faccio quasi mai. So che tu non vuoi che pianga.
Quando tornerai, avrò molte cose da raccontarti e sarai orgoglioso di me...

Ho pensato a tutto e sistemato ogni cosa, amore mio; proprio come avresti desiderato e fatto tu.
Non credevo che ne sarei stata capace, che avrei trovato la forza. La quercia colpita dal fulmine non si è schiantata in mezzo alla bufera; ha saputo farsi giunco e assecondare il vento impetuoso senza lasciarsi sradicare.
È stato doloroso, una sofferenza che non sapevo di poter sopportare; lo è ancora, ma il tempo ha edulcorato le ferite. È trascorso in fretta il tempo, e presto colmerà la voragine che ci separa.
L'attesa sta per terminare; mi sento in pace, sono pronta. Sto bene, mi sembra di vivere una seconda giovinezza, ho ritrovato l'energia e l'entusiasmo che mi avevano abbandonato da anni.
Il mio cuore palpita di trepidazione, come il giorno che ti ho visto aspettarmi sul sagrato della chiesetta dove ci siamo uniti in matrimonio.
Ogni mattina apro gli occhi e penso che potrebbe essere quel giorno, il giorno che tornerai da me. Mi verrai incontro sorridendo come facesti allora, mi prenderai per mano e mi accompagnerai in un meraviglioso viaggio...

Ci concederemo quel viaggio di nozze che non abbiamo fatto e gli altri che abbiamo sempre rimandato. I soldi erano pochi, la bambina aveva bisogno di tante cose e c'era sempre qualcosa di più urgente. Tu lavoravi tutto il giorno e la sera, anche se crollavi dalla stanchezza, mi davi una mano e ti occupavi della piccola.
Non ti ho mai sentito rimpiangere gli studi interrotti o recriminare per le responsabilità che avevi dovuto addossarti troppo presto. Sei stato un buon marito e un buon padre; ci hai regalato gioia e serenità, anche se la vita non ci ha risparmiato giorni bui e dolorosi.
Se ripenso ai nostri cinquant'anni insieme, non ricordo una sola occasione in cui non ti abbia avuto al mio fianco, nel bene e nel male, a infondermi forza e fiducia. Non è trascorso un giorno senza che mi svegliassi con un bacio la mattina, e nell'augurarmi la buona notte, non hai mai dimenticato di aggiungere “amore mio”.
Lo ritrovo nelle tue poesie che parlano di cieli stellati e tramonti, tutto l'amore che sei capace di donare...

Questo quadernetto con le pagine vergate dalla tua grafia è la cosa più preziosa che possieda. Oggi l'ho sfogliato per l'ultima volta, mi sono soffermata a rileggere qualche verso, ho accarezzato la carta un po' ingiallita, ho annusato il tenue profumo della tua acqua di colonia, che ancora conserva.
Il cuore batte più forte del solito; so che non è soltanto per l'emozione, so che il momento si avvicina.
Ho riposto il quaderno in una scatola, insieme alle lettere che ho scritto da quando te ne sei andato e ai documenti per nostra figlia. Ho lasciato qualche riga anche per lei perché non voglio che sia triste: ovunque saremo, tu ed io veglieremo sempre sui nostri cari.
Non mi resta molto tempo e ho ancora alcune cose da fare; desidero rivedere la nostra panchina e salutare il lago che abbiamo tanto amato. Farò un giro sul battello e mi godrò lo stormire delle cannelle al vento e il mormorio dell'acqua nei canali, come facevamo insieme nelle belle giornate di primavera. Tu sarai con me, nei miei pensieri e nel cuore...

Amore mio,
stamani mi sono svegliata presto e mi sento piena di energia come non accadeva da tempo.
Il cuore si è calmato, avverto solo un leggero sfarfallio nel petto, ogni tanto, come se perdesse qualche battito e subito dopo accelerasse per rimettersi in pari. Non fa male, anzi, mi sento leggera come una piuma.
Ho capito che oggi è il gran giorno. Sono felice e piena di entusiasmo perché tra poco ti rivedrò. Non ho paura... forse un pizzico di timore, quel timore che ogni essere umano nutre nei confronti dell'ignoto, ma paura no, e nemmeno rimpianti. Ho avuto una vita lunga e piena, con te e nel tuo ricordo, e la memoria di noi rimarrà intatta nel frutto del nostro amore.
Adesso indosserò il tailleur blu, quello che ti piace tanto e che mi sta ancora bene. Raccoglierò le tue rose preferite, gialle screziate di vermiglio, e verrò per l'ultima volta a portartele.
Questo pazzo, vecchio cuore mi concederà ancora un po' di tempo, prima che il tempo e lo spazio che ci separano si annullino per sempre...

Sono qui, amore mio, nel piccolo cimitero immerso nel verde che ti ha accolto quando te ne sei andato e dove riposi da dieci, lunghi anni.
Ho sistemato con cura le rose nel vaso e spolverato la fotografia. Incontrare i tuoi occhi sorridenti è un'emozione violenta, come la prima volta.
La passeggiata mi ha tolto le forze, il cuore scalcia nel petto come un puledro imbizzarrito. Presto potrà placarsi; gli chiedo solo una manciata di tempo ancora. Il tempo di tornare a casa, la nostra casa, quella dove siamo stati felici.
Aspetterò che tu venga a prendermi. Potrò riabbracciarti, finalmente; potrò stringere di nuovo la tua mano e venire via con te. Non so dove mi porterai: forse in un giardino pieno di fiori profumati, forse in riva al mare, sulla spiaggia bianca e immensa dove ci siamo dichiarati per la prima volta il nostro amore. Qualsiasi luogo, insieme a te, sarà il Paradiso.
Mi sdraierò sul nostro letto, chiuderò gli occhi e ti aspetterò.
Sono così stanca... credo che mi addormenterò. Ti prego, appena arrivi risvegliami con un bacio.


mercoledì 9 dicembre 2015

Viola







     Giulia si fa coraggio e bussa alla porta. – Avanti – la sollecita una voce maschile.
 Respira per allentare l'ansia e abbassa la maniglia; in mano stringe le cartelle con i disegni.
- Ah, è lei, architetto... Entri pure. Ha terminato il lavoro che le ho affidato?
- Sì, dottore, - gli porge una delle cartelle, - eccolo.
L'uomo gliela sfila con delicatezza dalle dita, la posa sul piano della scrivania e la apre. Scorre i disegni e li osserva minuziosamente. Giulia trattiene il fiato finché lui solleva gli occhi.
- Questi elaborati grafici sono perfetti: era proprio ciò che mi aspettavo da lei. Brava!
Il sorriso seducente dell’architetto Landi la fa arrossire; le succede fin dalla prima volta che l'ha incontrato. Titolare dello studio più prestigioso della provincia, dove era quasi impossibile perfino entrare come praticanti, l'aveva ricevuta senza appuntamento. Lei poteva vantare una laurea conseguita con il massimo dei voti, un master in architettura sostenibile e un esame di Stato superato brillantemente, ma sembrava che nessuno avesse bisogno di una giovane donna architetto, con il sogno di realizzare progetti grandiosi e nessuna esperienza.
- In cosa posso esserle utile, signorina? - le aveva chiesto con modi gentili.
Bel tipo, sui quarant'anni, con profondi occhi scuri che la studiavano. Il cuore aveva perso un paio di battiti, ma si era ripresa subito; con la sfacciataggine dei timidi, aveva deciso di saltare ogni preambolo.
- Mi chiamo Giulia Mariani, ho ventisette anni, sono architetto progettista, abilitata e iscritta all'albo. Mi piacerebbe lavorare nel suo studio. Non come praticante perché non posso permettermelo: ho una bambina piccola, la sto crescendo da sola e ho bisogno di un impiego retribuito.
Sul volto dell'uomo il sorriso aveva ceduto il posto allo stupore: sicuramente l'avrebbe cacciata per la sua impudenza. Non gli aveva lasciato il tempo di replicare: -Vorrei precisare che non sono disoccupata. Lavoro in uno studio di grafica pubblicitaria, ma non è questo il mio sogno, non è quello per cui ho studiato tanti anni...
- E qual è il suo sogno? - l'aveva interrotta con tono garbato.
Gli occhi di Giulia si erano illuminati e lo sguardo era corso al tavolo da disegno che troneggiava in un angolo dell'ufficio.
- Vorrei progettare opere importanti: complessi residenziali, centri commerciali, insediamenti a misura d'uomo ed eco sostenibili, dove la gente potesse vivere e lavorare felice.
- Beh, è il sogno di ogni architetto, ma converrà che non tutti possono diventare dei Piano o dei Calatrava. Dunque, lei lavora nel settore della grafica... sa usare il cad.?
- Ovviamente, - aveva risposto, senza smettere di fissarlo, - ma sono esperta di calcolo strutturale e a casa ho un tavolo da progettazione, anche se non professionale come il suo. Il computer è uno strumento di lavoro indispensabile, ma le mie idee devo prima realizzarle a matita. La mano che traduce in linee quella che è solo un'intuizione, e che prende forma in uno schizzo, prima ancora di diventare un progetto.
- Bene, architetto, - per la prima volta l'aveva chiamata con il titolo accademico, - è assunta. Naturalmente in prova e dopo che avrà regolato la posizione con il suo attuale datore di lavoro. Però non si aspetti subito incarichi di progettazione: dovrà fare la gavetta e per il momento sarà di supporto tecnico al mio staff.
Era rimasta a bocca aperta, incredula, talmente certa di un rifiuto da sentirsi spiazzata.
- Non vuole nemmeno guardare il mio curriculum? - aveva balbettato con un filo di voce.
- Oh, non serve: sono sicuro che si sia laureata con il massimo dei voti.
Lei aveva annuito, un po' a disagio.
- Ma non è per questo che ho deciso di assumerla: mi hanno colpito la sua fermezza e l’entusiasmo con cui parla della professione. Bene, adesso devo salutarla; per i dettagli si rivolga alla mia segretaria.
Si era congedata, troppo turbata perfino per ringraziarlo; era già alla porta, quando l'uomo l'aveva richiamata:
- Senta, architetto, quanto ha preso nell'esame di calcolo strutturale?
- Il massimo della valutazione.
Era scoppiato a ridere: - Ci avrei scommesso!

A distanza di un anno, Giulia si sente di nuovo tesa come quel giorno; stringe nella mano la seconda cartella, quella con i suoi disegni, gli schizzi che le sono costati molte ore di lavoro, la sera a casa, dopo aver fatto addormentare la bimba. Li sente come una parte di sé, un frammento della sua anima. Ha lottato a lungo con se stessa, indecisa se mostrarglieli o meno, ma a chi potrebbe proporli, se non a lui? Lui che, in pochi mesi, si è conquistato un posto nel suo cuore senza nemmeno saperlo. Lui che la tratta con cortesia, ma continua a chiamarla “architetto” e ad assegnarle la parte tecnica dell'elaborazione di progetti che appartengono ad altri. “Architetto, lei è una collaboratrice preziosa” è solito ripeterle, “ormai è indispensabile, per questo studio”. Non oserebbe mai confessargli che preferirebbe la chiamasse Giulia e le rivelasse che è indispensabile per lui. È solo un sogno, come quello di vedersi affidare un progetto tutto suo.

Francesco Landi la osserva: sembra sulle spine e stringe qualcosa tra le mani. Ottimo elemento, Giulia Mariani. Ha fatto bene ad assumerla, sebbene non avesse alcuna esperienza e, a dire il vero, senza nemmeno aver bisogno di un altro collaboratore. A volte conviene, assecondare l'istinto. Si era accorto subito di quanto fosse carina nella sua eleganza semplice e austera, ma adesso che la guarda meglio si rende conto che è davvero bella, con quegli occhi blu che virano al viola e il portamento fiero. Sa che ha una bimba piccola, ma dopo quell'unico accenno non gliene ha più parlato, né la sua condizione di donna sola con una figlia ha mai interferito con l'ottimo rendimento lavorativo.
- Giulia, c'è qualcos'altro che vuole dirmi?
 Lei è sbiancata: per la prima volta l'ha chiamata per nome e la sta guardando come se fosse una persona, e non un mobile dell'ufficio. Si fa coraggio:
- Sì, dottore. Avrei dei disegni... roba mia. Riguardano il progetto per l'appalto del nuovo centro commerciale. Non li ho elaborati durante l’orario di lavoro - si affretta a precisare, - ma la sera, a casa. Mi sentirei davvero onorata se volesse darci un'occhiata per dirmi cosa ne pensa.
Adesso tace a occhi bassi, serrando la cartella con entrambe le mani.
- Il nuovo centro commerciale? Ma...
Rialza gli occhi e lo fissa risoluta: - Lo so, non mi ha chiesto di occuparmene, ma avevo un'idea e ho voluto provare a darle corpo. Non mi aspetto nulla, dottore, le chiedo solo di guardare i disegni. La prego, mi conceda un'opportunità.
Francesco sorride indulgente: - Giulia, mi rendo conto che finora l'ho sacrificata in mansioni che forse le stavano strette, ma creda, l'ho fatto per il suo bene. L'esperienza è indispensabile per un architetto che vuole arrivare a mettere la firma sui propri progetti. So quanto lei sia ambiziosa e conosco il fuoco che la divora: anch'io ero così, alla sua età. D'accordo, mi lasci i disegni: li studierò con attenzione.
Gli occhi della donna brillano di gioia. Come ha fatto a frequentarla per mesi e non accorgersi di quanto sia affascinante? Bella, volitiva, decisa. Chissà se la bambina le assomiglia...
- Giulia, senta: cosa ne dice sua figlia di avere una mamma così tenace?
 Dal volto attraente scompare ogni traccia di sorriso: - Nulla, dottore... la mia bambina non parla ancora.
- Dovrebbe avere quasi tre anni, se non ricordo male. Com'è possibile che non parli? Non sarà... - s’interrompe, imbarazzato.
- No, non è sorda. Non ha anomalie fisiche né ritardi psichici. E' una bambina normale, anzi, a detta degli specialisti ha un'intelligenza superiore alla media. Però non vuol saperne di parlare. Mi tormenta il dubbio che la colpa sia mia, per averla fatta crescere senza un padre. Mi chiedo se questo possa averle causato qualche trauma. Non sembra una bambina sofferente: è serena, affettuosa, piena di gioia di vivere. Trascorro con lei ogni istante del tempo che non dedico al lavoro e cerco di farla sentire amata e desiderata. Ma non serve a nulla: in due anni e mezzo non ha mai detto una sola parola.
Francesco è sconcertato: - Non sapevo, Giulia, non potevo immaginare. Non me ne aveva mai parlato.
Lei si è ricomposta: - Non poteva saperlo, non ne parlo mai con nessuno. Adesso dovrei andare: la baby sitter sta per terminare il suo orario. Posso lasciare i disegni?
- Certo... - mormora, scosso. - Arrivederci, cara. Dia un bacio da parte mia alla bambina.
- Viola. Si chiama Viola. Buona serata, dottore, a domani. E grazie.
Giulia richiude la porta e vi si appoggia contro, con le gambe che tremano per l'emozione e il respiro affannato. Ha condiviso il suo segreto con quell'uomo dolce e gentile, e adesso le sembra di essere leggera come una farfalla. Non importa se lui non saprà mai quanto lo ama.
Mentre entra nel suo appartamento, sta ancora fantasticando sullo sguardo di Francesco e sulla sua voce che sussurra: “Giulia, cara... ”. Un fagottino biondo le vola tra le braccia; solleva la bambina e la stringe forte. La piccola le cinge il collo con le braccia e le stampa sonori baci sulle guance, con gridolini di gioia. Quel tenero cucciolo dai boccoli biondi ramati e gli occhioni viola è tutta la sua vita. Il colore dei capelli è l'unica cosa che ha preso dal padre, un simpatico giovanotto conosciuto durante la vacanza in Irlanda che si era concessa come regalo di laurea. Pochi giorni insieme, la follia di una notte, poi lui era sparito lasciandole il dono di una vita che le cresceva dentro. Era stata immensamente felice fin dal primo momento che aveva scoperto di essere incinta.
- Che occhi stupendi! - aveva esclamato l'infermiera della nursery quando gliel'aveva messa tra le braccia. - Sembrano quasi turchini. Peccato che probabilmente cambieranno, come succede spesso ai neonati. - Poi aveva guardato la puerpera: - Gli stessi occhi della mamma, avete entrambe gli occhi viola!
E Viola era stato il nome che Giulia aveva messo a sua figlia. Come un piccolo fiore profumato, Viola era una bambina delicata e gentile, affettuosa e vivace. Però non parlava.
- Non mi preoccuperei più di tanto, - aveva minimizzato il logopedista, - la bambina non ha nulla di anormale. E' sveglia e intelligente. Parlerà quando ne avrà voglia.
Giulia aveva fissato il medico come se stesse dicendo un'eresia, strappandogli un sorriso.
- Diamole ancora un po' di tempo, signora. Se fra un paio di mesi la situazione non si sarà sbloccata, faremo degli accertamenti più approfonditi. Nel frattempo, si goda la sua bella bambina e le faccia sentire tutto il suo affetto.
 Niente di più facile: come sarebbe stato possibile non adorare il suo angioletto biondo?
- Ehi, voi due, guardate che ci sono anch'io.
Giulia posa a terra la bimba e sorride a Martina, la giovane baby sitter. E' figlia di una vicina, studentessa al quarto anno di architettura, e le dà una mano in cambio di un compenso modesto e di un ben più consistente aiuto con gli esami.
- Scusa Martina, hai ragione, ma dopo il lavoro non vedo l'ora di mangiarmi di baci la mia piccola. E' stata brava?
- Certo, come sempre: è una bambina tranquilla e ubbidiente.
- E... ?
 Martina scuote la testa, contrita: - No, mi dispiace, ancora nulla… - poi cambia discorso - allora, com'è andata con l'architetto? Ha visto i disegni? Che ha detto? Ti ha invitato a cena?
Scoppia a ridere: - Dai disegni all'invito a cena. Certo che ne hai, di fantasia.
- Uffa! Che ci sarebbe di strano? - sbotta la ragazza. - Lui è lo scapolo più affascinante della città e tu sei sexy come le stelline che affollano le copertine delle riviste. Se sciogliessi quei superbi capelli corvini e indossassi una gonna più corta di qualche centimetro, lo faresti capitolare in tre secondi.
Giulia sorride, indulgente: - Vado in ufficio per lavorare, non per sedurre il principale. I disegni comunque li ho lasciati: ha detto che li guarderà. E' stato gentile, mi ha perfino chiamato per nome, e non era mai successo.
- E vai! - esulta la giovane. - Lo sapevo, alla fine doveva accorgersi di te.
Scuote la testa, rassegnata: - Su, adesso smettila di farneticare e vattene. Non dovevi uscire con il tuo ragazzo, stasera?
- Oddio, sì, ed è tardissimo! Ciao, ci vediamo domani. - si china a baciare la bimba e scappa di corsa, precipitandosi giù per le scale.

Dormi, dormi, piccolina/’che la mamma ti è vicina/ fai la nanna, bimba bella/ del mio cielo sei la stella.
Giulia ha un tuffo al cuore: la ninna nanna che canta a sua figlia tutte le sere per farla addormentare. Si volta a guardare Viola; la piccola è seduta sul tappeto e culla la sua bambola.
Dormi e sogna dolce amore/ fiorellino del mio cuore.
Una vocetta delicata, armoniosa, intonata.
Dormi, dormi, fai la nanna/ tra le braccia della mamma.
Viola sta cantando tutta la filastrocca senza sbagliare una sillaba. Lo shock è talmente violento che Giulia ha smesso di respirare; guarda sua figlia pensando di essere preda di un'allucinazione. Teme che, se farà un gesto o dirà una sola parola, quella magia svanirà.
- Il telefono, il telefono! - strilla la piccola che si è alzata di scatto ed è corsa a frugare nella borsetta. Trotterella verso di lei con il cellulare in mano: - Tieni, rispondi.
Torna a sedersi sul tappeto e ricomincia da capo la canzoncina. Giulia è talmente frastornata che fatica a riconoscere la voce all'apparecchio.
- Pronto, Giulia? Sono Francesco.
- Ah, è lei, dottore...
- Basta con questo “dottore”. Chiamami Francesco e dammi del tu. Ho visto i disegni. Dire che mi hanno colpito sarebbe riduttivo. Li ho trovati... grandiosi, ecco! Non saprei con quale altro aggettivo definirli. Senti, dobbiamo parlarne, ma non vorrei aspettare fino a domani. Possiamo vederci subito?
Giulia fa uno sforzo per seguire quel fiume di parole e, allo stesso tempo, prestare attenzione alla voce di Viola che continua a cantare. Si sente confusa.
- Adesso, dottore... cioè, Francesco? Ma non posso lasciare sola la bambina…
- Nessun problema, - la interrompe con entusiasmo, - vengo io da voi e porto qualcosa per cena. Sai che esiste il take away? - ride, poi il tono si addolcisce. - Giulia, non prendermi per pazzo, ma ho bisogno di parlarti, e non solo dei disegni. Ho capito di avere molte cose da dirti e non vedo l'ora di conoscere Viola. Ti prego, posso venire?
- D'accordo, Francesco, Viola ed io ti aspettiamo.
Chiude la chiamata e crolla sulla sedia, esausta. Rimane ancora per qualche istante a inebriarsi della vocetta infantile, poi la chiama: - Viola, tesoro, vieni qua. Vieni dalla mamma.
La piccola posa la bambola, corre verso di lei e si arrampica sulle sue ginocchia. Le scioglie il nodo che tiene raccolti i capelli e affonda le manine nelle fluenti onde scure.
- Come sei bella! Perché piangi? - Con le dita delicate cerca di asciugare le lacrime che le rigano il volto.
Se la stringe forte al petto: - Perché sono felice, amore mio... ti voglio bene, Viola.
La piccola ride di gioia: - Anch'io ti voglio tanto bene, mammina.

Giulia piange, e ride, e la soffoca di baci. Il successo professionale e l'attenzione dell'uomo che ama sono importanti, ma è quella la conquista più straordinaria della sua vita. Tre piccole sillabe che compongono la parola più dolce del mondo, la parola che sua figlia ha finalmente pronunciato: mammina.

sabato 7 novembre 2015

La Signora del bosco





«Tramontana scura, acqua sicura».
Nel bar del porto, l’unico avventore alza gli occhi dal giornale sportivo; getta un’occhiata infastidita al tipo che è entrato portando con sé una folata di vento gelido, ha pronunciato quella frase ed è scoppiato subito dopo in un accesso di tosse.
- È solo l’idiota di Giampiero, il barbone – pensa, e con un’alzata di spalle torna a interessarsi alle prodezze della sua squadra preferita.
«Giampi, chiudi la porta che stamani fa un freddo cane!» inveisce Giorgio, il gestore. «Sei venuto a scroccare la colazione come al solito? Puntuale come le tasse e molesto come un tafano. Perché non provi a cambiare zona, ogni tanto?» ride.
«Grazie al Cielo, io non so nemmeno come sia fatta una cartella delle tasse» replica Giampiero con un sorriso sdentato, «e questo è l’unico locale aperto in tutta la darsena».
«Quindi non sei qui per scelta, ma per necessità. E io, povero illuso, che mi sentivo onorato della tua presenza…» ironizza l’altro, mentre carica il filtro con la miscela tostata e lo avvita nella macchina.
«Vengo a trovarti per il piacere della tua compagnia, e perché so che tieni sempre un “caffè sospeso” per un povero senzatetto come me. Se poi ti avanzasse qualche pastarella… vanno bene anche quelle di ieri».
«Per chi mi hai preso?» sbuffa Giorgio, fingendosi indignato. «Non accadrà mai che uno dei miei clienti consumi qualcosa che non sia freschissimo. Scegli quello che vuoi,» indica la vetrina dov’è esposta la pasticceria, «è tutta roba di prima qualità».
«Fai finta di essere burbero, ma in fondo sei un buon diavolo» sospira Giampiero. «Il Cielo te ne renderà merito».
Giorgio scuote la testa: «Starei fresco se aspettassi l’aiuto del Cielo. Di questi tempi, se non ci rimbocchiamo le maniche e non ci diamo una mano tra di noi…» appoggia sul bancone una tazzina fumante, insieme a un vassoio con tre brioche. «Adesso mangia, che con questo freddo ti servono un po’ di calorie. Sei pelle e ossa e hai una tossaccia che non mi piace per nulla. Dovresti farti vedere da un medico e coprirti di più. Mia moglie ti ha mandato un giaccone smesso di nostro figlio; ti starà un po’ largo, ma è imbottito e ha un cappuccio foderato di pelo. Se non ti offendi…»
«L’unica cosa che mi offende è vedere piangere di dolore un bambino» replica il barbone. «Ringrazia la tua signora, amico, e portale questi da parte mia» tira fuori un involto di tela da sotto il pastrano logoro e lo appoggia con delicatezza sul bancone.
Giorgio ne solleva i lembi per scoprire cosa contenga, e una pungente fragranza di sottobosco gli solletica le narici; sbarra gli occhi dallo stupore alla vista dei cinque superbi funghi, turgidi e scuri, adagiati in un letto di muschio e umidi di rugiada.
«Porcini in questa stagione? Sono una meraviglia, dove li hai trovati?»
«Non posso svelarti tutti i miei segreti» gli strizza un occhio, «diciamo che ho degli amici, nel bosco, e loro mi danno qualche dritta…»
«Ah, sì, certo: gli elfi» sorride Giorgio, «I tuoi amici magici, quelli con la pelle verde e le orecchie a punta che vivono nel bosco. Sono loro che ti hanno fatto trovare i funghi; come ho fatto a non pensarci?»
«Zitto, abbassa la voce…» Giampiero indica con un cenno della testa l’uomo seduto a un tavolino, immerso nelle pagine rosa del quotidiano sportivo. «Gli elfi non vogliono che si sappia della loro esistenza. Il mondo non è ancora pronto a capire».
«D’accordo, ma spiegami una cosa: come mai solo tu riesci a vederli? Sono stato centinaia di volte nella macchia, in cerca di funghi e asparagi selvatici, ma non ho trovato altro che buche scavate dai tassi e orme di cinghiali, e mi sono imbattuto soltanto in lepri, daini e scoiattoli. Di elfi o altre creature magiche, nemmeno l’ombra».
«Sono sicuro che un giorno riuscirai a vederli anche tu perché hai l'anima pura di un bambino. Quando ti libererai dai lacci della ragione e smetterai di farti domande, le risposte verranno da sole. Vai nella selva e lasciati pervadere dal tuo amore per la natura; aprile il cuore, diventa un tutt'uno con essa. Devi respirare nel vento, piangere nella pioggia, cinguettare con gli uccelli, guardare l’erba che spunta… solo allora le divinità del bosco potranno manifestarsi ai tuoi occhi. Ma devi credere alla loro esistenza. Ricorda: bisogna avere fede per vedere l’invisibile.»
Giorgio scuote la testa, sorridendo bonariamente. Ormai è abituato ai vaneggiamenti di Giampiero, e spesso, se non ha troppo lavoro da sbrigare, s’intrattiene a chiacchierare con lui e ascolta volentieri le sue storie fantastiche.
Nessuno sa chi sia Giampiero: è piovuto nel piccolo paese rivierasco un anno fa, in una fredda giornata d’inverno come quella di oggi. Una tramontana gelida spingeva i cirri minacciosi e gonfiava le onde del mare, che muggiva come un toro ferito. L’uomo, avvolto in un tabarro di tela cerata lungo fino ai piedi, una nuvola di capelli candidi e barba incolta su una fitta ragnatela di rughe, è entrato nel locale, portando con sé l’odore di pioggia e terra bagnata. Ha sorriso con i pochi denti ingialliti, e gli occhi, azzurri come un cielo d’aprile, hanno aperto una breccia nell’anima del gestore.
«Buon giorno, brav’uomo» ha esclamato con la voce limpida di un bambino, «vi avanza un caffè per il vecchio Giampiero?»
È stato un comprendersi al primo sguardo, come ritrovare una persona cara che si credeva perduta, un amico di quelli che puoi anche non vedere né sentire per anni, ma che sono sempre lì, dentro il cuore. Da quel giorno, non c’è una mattina che Giorgio non spii con ansia la porta del bar e non tiri un sospiro di sollievo nello scorgere, tra le facce dei clienti, quella rugosa e sorridente del vecchio. Ha provato molte volte a offrirgli ospitalità, soprattutto nel periodo più rigido dell’anno, ma l’altro ha sempre rifiutato; d’estate dorme sulla spiaggia, e durante l’inverno trova riparo dentro un vagone pieno di ruggine, abbandonato su un binario morto della stazione ferroviaria. Accetta solo qualche caffè, un po’ di cibo, coperte e abiti smessi, e ricambia la cortesia con piccoli doni: funghi, more, lamponi, fragole selvatiche, pigne cariche di pinoli che raccoglie nella macchia, cannolicchi e altri molluschi straccati dal mare. È un uomo libero, Giampiero: la libertà rappresenta la sua unica ricchezza, la sola cosa alla quale non rinuncerebbe mai.
«Grazie, amico mio, adesso però devo andarmene».
«Dove vuoi andare, con questo tempaccio?» protesta Giorgio. «Ha cominciato a tuonare e tra poco verrà giù la fine del mondo. L’hai detto anche tu poco fa: tramontana scura, acqua sicura. Rimani qui al caldo e stasera vieni a casa con me. Mia moglie ne sarà felice».
«Non posso, davvero, ma ti ringrazio di cuore. Lei mi sta aspettando…» il vecchio ha abbassato il tono in un sussurro confidenziale. «Diventa triste se non mi vede, ed io non voglio che sia triste per colpa mia».
«Lei, chi?» domanda Giorgio, perplesso.
«Shh, parla piano, amico. Lei… te ne ho parlato più di una volta, ricordi?»
«Vuoi dire la bellissima fanciulla dalla pelle verde e i capelli d’argento che vive nello stagno? Suvvia, Giampi, sii ragionevole: nessuno sguazzerebbe nello stagno con un temporale in arrivo. Anche gli animali cercano un riparo sicuro, quando le forze della natura si scatenano…»
«Lei non è un animale!» lo interrompe con veemenza. «Lei è la regina del bosco, la signora dell’acqua e del vento. Non teme la natura perché la domina e la governa. E adesso mi sta aspettando…»
Senza aggiungere altro, butta giù l’ultimo sorso del suo caffè, saluta con un cenno della mano e gira sui tacchi, raggiungendo la porta. Si volta un attimo, lo fissa come se volesse imprimersi il suo volto nella memoria, gli regala un sorriso e schizza fuori.
«Aspetta un momento!» gli urla dietro Giorgio. «Non hai preso nemmeno il giaccone. Ti bagnerai fino alle ossa…»
Inutile: Giampiero si è già dileguato nel brontolio dei tuoni.
«Lascialo stare, quello,» sbuffa l’altro cliente, girando una pagina del giornale, «lo sanno tutti che è un povero pazzo visionario. E deve essere anche malato: hai sentito che tosse? Uno di questi giorni, sparirà così com’è apparso e non sentiremo più parlare di lui.
«Già,» sospira Giorgio, scuotendo la testa, «mi sembra che stia sempre peggio… ma è testardo come un mulo e non vuole saperne di farsi curare. Temo che gli accada qualcosa di brutto…»
Il suo interlocutore solleva le spalle con noncuranza. «Non sarà una gran perdita… Ma parliamo di cose serie: hai visto la partita, ieri sera?»

Ha fretta Giampiero. Accelera i passi e il vento amico lo sospinge; gli sembra quasi che i piedi non tocchino terra. È una sensazione meravigliosa assecondare il respiro della tramontana: fluttua leggero come un soffione di tarassaco. Il dolore è scomparso e si sente bene, per la prima volta dopo tanto tempo. L’elisir di erbe e rugiada che gli ha donato la signora del bosco, ha alleviato le sue sofferenze fino ad annullarle del tutto. Se non fosse per la tosse che lo lascia senza forze, e per il catarro sanguinolento che espettora durante gli attacchi convulsi, crederebbe di essere guarito. Sa che non è possibile, glielo ha detto lei, con la voce melodiosa incrinata dal rammarico:
«Posso far sì che tu non soffra, posso regalarti un po’ di quello che voi umani chiamate “tempo”, ma non posso sottrarti al tuo destino».
Giampiero è consapevole che non gli resta molto da vivere, anzi, è già vissuto più di quanto avrebbe dovuto. Sa di essere condannato da quando ha cominciato a sputare sangue vivo, e si è deciso a rivolgersi all’ospedale di uno dei tanti paesi nei quali il suo peregrinare l’ha condotto.
«La lesione polmonare è estesa, si riscontrano danni ai bronchi e metastasi diffuse» ha sentenziato il dottore, indicando una macchia nella lastra radiografica. «Temo che la chirurgia sia inutile, ma con un trattamento combinato di radio e chemioterapia, si può sperare nel prolungamento delle aspettative di vita. Sei mesi, forse un anno…»
Ne sono passati due, di anni, e senza che si sia lasciato torturare dai medici. Del resto, vivere per lui non era più importante, non dopo aver perso tutto. Il figlio, morto nell’incidente automobilistico causato da un colpo di sonno e dal quale lui, che ne è stato responsabile, è uscito quasi indenne. La moglie, che non gli ha perdonato la colpa e se n’è andata, dopo avergli vomitato addosso il suo disprezzo. Il lavoro perduto, gli amici che ha allontanato… non c’era più nulla per cui valesse la pena di stare al mondo. Ha venduto la casa, ha depositato i soldi su un conto corrente intestato alla moglie ed è saltato sul primo treno in partenza, senza nemmeno sapere dove fosse diretto. Da quel giorno, ha vagato da un posto all’altro, dormendo dove capitava e mangiando quando poteva. È vissuto di espedienti, grazie alla generosità del prossimo, finché le scarpe sfondate l’hanno portato in quel paese di mare. Un pugno di casupole di pescatori incastonate fra dune selvagge, degradanti in una spiaggia di sabbia bianca, e una pineta centenaria con un sottobosco di lussureggianti arbusti sempreverdi.
- Se esiste un Paradiso sulla Terra – ha pensato Giampiero quando ha trovato quel luogo incantevole, – non può essere che questo. È qui che voglio morire. – Ed è rimasto lì, a respirare con i sui polmoni condannati l’aria salmastra e godere dei tramonti infuocati. Ormai conosce i paesani uno a uno, e tutti, salvo poche eccezioni, lo trattano con cordialità. Gente di mare, gente semplice dal cuore grande, come i marinai che la sera rientrano al porticciolo sui pescherecci e gli regalano una cassetta di pesce, o gli ambulanti del mercato che tengono in serbo per lui un po’ di frutta e verdura di stagione. E come Giorgio, il suo migliore amico, forse l’unico amico vero che abbia mai avuto. Per Giampiero è come un figlio, e gli assomiglia anche un po’ a quel figlio tanto amato, morto per colpa sua. Ha gli stessi occhi limpidi e la stessa nobiltà d’animo. Giorgio è il solo con il quale abbia parlato delle creature magiche. Sa che l’uomo non crede all’esistenza degli elfi, ma un giorno capirà, e quel giorno loro sapranno trovarlo.
Una folgore squarcia la coltre di nubi; le fa seguito un boato assordante. Le prime gocce di pioggia gli sferzano la faccia, insieme agli spruzzi salati delle onde che s’infrangono con violenza contro la barriera frangiflutti. Giampiero accelera il passo. Deve fare presto: non gli resta molto tempo e lei lo sta aspettando. Spinto dalla tramontana, percorre quasi di corsa la banchina del molo, attraversa la rimessa delle barche e imbocca il sentiero che dalla darsena conduce alla pineta. Le chiome dei pini secolari danzano nel vento; intonano tutte insieme una sinfonia di suoni che fa da contrappunto al rimbombo del temporale in arrivo. Il bosco piange, ride, respira, esulta grato alla pioggia, geme scricchiolando alle folate del vento, trema al fragore dei tuoni, rabbrividisce di terrore allo schianto dei fulmini. Le sente quelle voci, le riconosce una a una, e fra tutte, distingue quella di lei che lo chiama. - Che strano – riflette - sono arrivato qua con la tramontana, in un giorno identico a questo, e sarà la tramontana a portarsi via la mia anima. –
Non teme la morte, non ne ha paura: lei gli ha detto che non deve avere paura.
«La morte è solo il compimento di un ciclo» ha sussurrato, fissandolo con gli occhi verdi come le foglie delle ninfee, «non devi temerla. Rinascerai nella spuma delle onde, nella sabbia sottile delle dune, nel profumo delle bacche di ginepro e nello stormire degli aghi di pino. Sarai la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco. Germoglierai insieme ai fiori, piangerai nella rugiada, respirerai nella brezza e arderai nel sole».
Quanta consolazione gli regalano ogni volta quelle parole! Riescono perfino a lenire il dolore per la morte del figlio, che ancora, dopo due anni, gli strazia l’anima più di quanto le metastasi del cancro non torturino il corpo. Giampiero non sa perché gli elfi abbiano voluto manifestarsi proprio a un miserabile come lui, ma non si fa domande. Ha smesso di farsi domande da molto tempo, da quando la sua vita, e quella delle persone che amava, è andata in pezzi per la scelleratezza di un attimo. Da allora, non ha desiderato altro che pagare la sua colpa, e non ha neppure provato a cercare conforto in quel Dio che si è dimenticato di lui. Non ha fatto che vagare senza meta, inseguito dai suoi fantasmi, in cerca di un posto dove lasciarsi morire. Il giorno che quel medico ha previsto con tanta approssimazione, alla fine è arrivato. L’ha capito appena ha aperto gli occhi e ha sentito il ringhio della tramontana scuotere le lamiere del vagone ferroviario. Come ogni altra mattina, ha ripiegato con cura la coperta sul pagliericcio improvvisato, ha indossato il pastrano e gli scarponi ed è uscito. Dalla stazione, si è incamminato verso il porto per dare un ultimo saluto al mare, poi si è recato al bar. Giorgio non voleva lasciarlo andare, quasi sentisse che non l’avrebbe più rivisto. Non gli ha detto nulla, ha preferito salutarlo con un sorriso e andare incontro al suo destino accompagnato soltanto dal vento.
Man mano che avanza nel cuore del bosco, la vegetazione diventa più fitta e il sentiero si assottiglia, fino a scomparire nel letto di muschio e aghi di pino. Ormai nemmeno la luce riesce a filtrare nell’intreccio intricato degli arbusti, ma Giampiero non ha bisogno di vedere. Ha fatto quel percorso centinaia di volte, conosce ogni pietra, ogni cespuglio, ogni filo d’erba. Ecco, è arrivato: scosta con la mano una barriera di rampicanti che, dall’alto dei pini, ricadono fino a terra, ed entra nel tempio.
Il tempio: è così che l’ha chiamato, fin dalla prima volta che i suoi occhi stupefatti hanno ammirato ciò che a nessun altro essere umano era stato concesso di ammirare. Una sorta di cupola formata dalle chiome degli alberi e delimitata dai tronchi ricoperti di edera, irradiata da una luccicante luce verde. È rimasto abbagliato da quella luce ed è crollato in ginocchio, timoroso, come se si trovasse in un luogo sacro. Quando è riuscito di nuovo a focalizzare le immagini, ha visto un piccolo stagno immerso in un prato fiorito. Nello specchio d’acqua, tra un tripudio di ninfee bianche, decine di creature fatate rendevano omaggio a una fanciulla bellissima, seduta su una pietra coperta di muschio. La pelle di quelle creature era di un verde pallido e luminescente, gli occhi dal taglio allungato e le orecchie leggermente appuntite. Giampiero aveva visto qualcosa di simile solo nei libri di fiabe che leggeva a suo figlio quando era piccolo, ma non avrebbe mai immaginato che gli elfi del bosco esistessero davvero, e che lui li avrebbe avuto il privilegio d’incontrarli. Si è strofinato gli occhi, convinto di essere vittima di un’allucinazione; quando li ha riaperti, ha incontrato quelli della fanciulla e si è sentito, per un attimo, immensamente felice.
Felice com’è adesso, che lei lo sta di nuovo guardando e gli sorride.
«Sei venuto… ti stavo aspettando» scuote la folta chioma argentea, intrecciata con fiori di biancospino, e gli fa cenno di avvicinarsi con la mano sottile.
Giampiero entra nello stagno. Non sente freddo e non ha paura. Il vento gelido e il brontolio dei tuoni hanno ceduto il posto a un tiepido refolo primaverile e alla melodia di migliaia di uccelli. La regina del bosco sorride, ed è un sorriso che riscalda l’anima. Con l’altra mano, gli porge una ciotola scavata nella corteccia.
«Bevi. Non sentirai più dolore e ti addormenterai. La terra ti sarà lieve e dai tuoi umori germoglieranno i suoi frutti. Sarai un fiore nel vento, una libellula dalle ali colorate, un gabbiano che stride volando verso il sole».
Giampiero beve, grato; chiude gli occhi e si addormenta sereno.



giovedì 10 settembre 2015

Non ci sei






Questo sole che scalda la pelle,
questa brezza che asciuga le lacrime,
questo cielo terso ove migrano i pensieri...
oh, come li detesto!

Non sei qui, non ci sei...
E vorrei che il sole si spegnesse,
vorrei trasformare il vento in bufera,
vorrei che il cielo si spaccasse
e precipitassero giù tutte le stelle
a spazzare via questo frammento d'universo!

Vorrei piangere, e gridare, e strapparmi la pelle...
Ma le lacrime evaporano al sole,
e la voce si perde nel vento,
e la rabbia impotente
rimbalza contro l'azzurro del cielo...

E io resto qui, da sola, senza te,
e sorrido mentre vorrei morire,
stiro le labbra a scoprire i denti e sorrido,
sorrido con gli occhi di ghiaccio,
sorrido al mondo
che vorrei incenerire tra le fiamme dell'odio.
Sorrido... e tu non ci sei.



martedì 8 settembre 2015

Il fiore delle mille e una notte




Mille e una notte i tuoi piedi leggiadri 
hanno battuto questo viale oscuro, 
orchidea nera della foresta pluviale.

Mille e una lacrima hanno versato ogni notte
i tuoi grandi occhi dalle ciglia di farfalla; 
mille e una carezza hanno sfiorato la tua pelle creola 
sotto lo sguardo indifferente della luna.

Mille e un bacio rubati alla corolla delle tue labbra 
dalle bocche carnivore di tutti quegli uomini 
che giuravano amore e non sapevano amare.

Mille volte mille più uno 
i fremiti della tua anima soffocati dall'indifferenza, 
i sospiri e i ricordi, le speranze e le disillusioni.

E in ciascuna di quelle mille e una notti, bruna incantatrice, 
hai regalato il tuo corpo e il tuo cuore al primo passante frettoloso 
senza neppure guardarlo negli occhi, 
perché sapevi che quegli occhi erano uguali a mille altri occhi, 
e le parole gettate nel vento identiche a mille altre parole.


Mille e una notte hai vegliato in questo angolo oscuro del mondo, 
e mille e una notte passeranno ancora nell'attesa del nulla, 
nero fiore del peccato che sospiri all'insensibile luna.