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venerdì 5 giugno 2015

Una speranza di pace




Il sicomoro si erge nella radura, in un’ansa del fiume delle gazzelle.
Fabio, seduto all’ombra con la schiena appoggiata al tronco, sorveglia i bambini che si arrampicano sui rami più bassi e s’inerpicano agili, per raccogliere i frutti maturi. Mentre i piccoli schiamazzano gioiosi, l’uomo pensa con nostalgia alla sua Sicilia che non vede da anni: il sapore dei fichi d’India, il profumo delle zagare, i tramonti sul mare, infuocati come colate di lava dell’Etna.
Gira lo sguardo a incrociare il sorriso di Patrizia e si sente pervadere da una pace profonda. Patty è l’amore del suo cuore, l’amica dell’anima, la compagna della vita, ed è stato così fin dal primo istante che ha incontrato i grandi occhi nocciola nel viso dalla pelle rosea come quella di una bambina, incorniciato da un tripudio di capelli biondo miele. È bella Patty, con quei colori normanni e la fierezza delle donne siciliane; il carattere indomito e la forza con la quale si batte in difesa degli “ultimi del mondo”, si coniugano con l’amabilità dei modi e la generosità del carattere. Dolce come la pasta di mandorle e salda come l’ossidiana: Fabio non ce l’avrebbe mai fatta, senza di lei, a sopravvivere tutti quei lunghi anni nell’Africa sub-sahariana.
Appoggia la nuca alla corteccia ruvida, chiude gli occhi e si lascia cullare dai ricordi.

«Ho deciso, Fabio: vado In Africa. Non cercare di dissuadermi, ti prego. Il Sudan del Sud è una delle regioni più depresse del pianeta: i bambini muoiono ancora di fame, per malattie che sono debellate nel resto del mondo, per l’impiego in guerre tribali. Le femmine crescono nell’analfabetismo e sono vendute come domestiche o sfruttate come prostitute; molte donne sono vittime di stupri e violenze di ogni genere e muoiono di parto, infezioni, lebbra, malaria, aids… Tu sei un medico, hai il dono di salvare le vite: tutto questo non dovrebbe lasciarti indifferente.»
Fabio si era sentito mancare l’aria al pensiero di perderla; il loro amore era giovane ma già importante: in pochi mesi la ragazza, conosciuta grazie all’attività di volontariato presso la Croce Rossa, era diventata il fulcro della sua esistenza. Non poteva perderla, e soprattutto non poteva lasciarla andare in Africa da sola. Aveva parlato d’impulso, senza riflettere, e mentre le parole gli uscivano dalla bocca, aveva sentito che stava facendo la scelta giusta, l’unica che gli avrebbe permesso di rimanere al fianco di quella piccola donna immensa.
«Vengo con te.»
Patty era impallidita. «Non scherzare, Fabio. Non voglio che lasci la tua famiglia, la professione, gli amici, per seguirmi. Non mi perdonerei mai se ti accadesse qualcosa, e sarebbe terribile se un giorno rimpiangessi ciò che hai abbandonato. Potrai proseguire il tuo impegno anche restando in Sicilia, conoscerai un’altra ragazza, vivrai la tua vita…»
«Non voglio un’altra donna, Patty, e non voglio una vita dove non ci sia tu. Imparerò ad amare l’Africa per amor tuo.»
Patrizia aveva socchiuso le labbra per tentare una replica, ma Fabio si era affrettato a sigillarle con le proprie, in un bacio che suggellava una promessa. Com’era dolce la sua bocca, e morbida la pelle profumata di zagare, e come brillavano i suoi occhi!

Le grida dei piccoli dinka lo riscuotono dal torpore dei ricordi. Sono scesi dall’albero e si affollano intorno a un giovane zebù, cercando di farlo indietreggiare fino alla mandria dei bovini al pascolo. I bambini della missione sono vestiti all’europea, con pantaloni corti e magliette di tessuto leggero, per sopportare l’afa del clima equatoriale. Di età compresa fra i tre, quattro anni, fino all’adolescenza, i piccoli, dalla pelle nera come l’ebano, rivelano la straordinaria bellezza della loro etnia: diventeranno uomini e donne altissimi, slanciati e dal portamento fiero.

«Che cosa stanno dicendo?»
Gli occhi castano-dorati di Patrizia luccicavano di curiosità, mentre si arrendeva all’assalto festoso dei bambini che si accalcavano intorno a lei e cercavano di toccarla. Si era chinata a sollevarne uno fra le braccia.
«Dicono che sei la femmina dello zebù bianco, bella come Sirio, con la pelle color del latte e la pioggia di luna nei capelli» aveva tradotto sorridendo Don Carlo, il giovane sacerdote salesiano che era andato a prenderli al disastrato aeroporto di Juba, per condurli alla missione con un vecchio fuoristrada.
«Santo Cielo, che fantasia!» la risata di Patty, argentina come uno scroscio d’acqua, aveva fatto ammutolire i piccoli che la fissavano adoranti. «Essere paragonata a un astro è lusinghiero, ma una femmina di zebù…»
«È un grande onore!» l’aveva contraddetta il prete. «I bovini hanno un’importanza vitale per questa gente. Devi sentirti orgogliosa di essere paragonata a uno zebù.»
«Oh, beh, per fortuna non ho la sua gobba!»
La battuta aveva strappato una risata ai due uomini, e tutti i bambini si erano messi a ridere, anche se non capivano una parola.

È sempre stata spiritosa, Patty: una donna eccezionale…
«Ricordi, tesoro?» Fabio si rivolge alla giovane compagna. «Eravamo ricchi soltanto di sogni, con i bagagli carichi di generi alimentari e medicinali, i miei prontuari medici, i tuoi libri di poesie. Me le recitavi la sera, seduti a contemplare il cielo del Sudd trapunto di stelle. Ricordi la nostra festa di nozze? Indossavi l’abito che era stato di tua madre; l’avevi portato con te a mia insaputa per farmi una sorpresa: di pizzo candido, con una nuvola di tulle per velo, e le donne del villaggio avevano raccolto per te le protee della palude. È stato Don Carlo a unirci in matrimonio nella chiesetta della missione, mentre suor Marta cantava L’ave Maria e suor Giulia l’accompagnava con la chitarra. Abbiamo festeggiato tutta la notte, mangiato focacce di cereali e bevuto latte tiepido di capra. Ricordi com’erano suggestive le danze dei dinka? La pelle scura illuminata dalla luna, le movenze sinuose, le braccia alzate a mimare le corna delle mucche. Abbiamo ballato con loro finché, sfiniti, ci siamo ritirati nel tukul e ci siamo amati fino all’alba, abbracciati sul giaciglio di stuoie coperte da morbide pelli di vacca. In quel momento ho sentito di appartenerti, e che entrambi appartenevamo a questa gente e all’Africa.»
Patty lo guarda con il suo tenero sorriso e sembra annuire in silenzio. Non c’è mai stato bisogno di troppe parole tra loro: i loro cuori hanno sempre battuto all’unisono.
«Ehi, papà!»
Una bimba si è staccata dal gruppo e trotterella verso di lui; si ferma un attimo, sfiora il volto di Patty con un bacio, poi gli salta sulle ginocchia e gli cinge il collo con le braccia.
«Stavi dormendo?»
Fabio le passa una mano tra la folta lanugine dei capelli. Gli occhi dalle iridi scurissime lo fissano dal visetto paffuto. Hope è sveglia e intelligente, con la grazia e la perfezione che esploderanno, fra pochi anni, in una bellezza fuori dal comune. Sarà una donna nuova, di un giovane paese che ha pagato, e sta ancora pagando, un prezzo altissimo per la sua indipendenza. Un tributo estorto col sangue di milioni d’innocenti, con la fame, la schiavitù, le deportazioni di massa, la povertà estrema di una terra le cui immense risorse continuano a essere sfruttate da chi non ne detiene i diritti. Non è un politico, Fabio, ed è andato in Africa per aiutare, non per giudicare, ma è stato testimone di troppe ingiustizie e atrocità, ha dovuto curare centinaia di ferite e asciugare fiumi di lacrime; ha visto villaggi distrutti, adolescenti imbracciare armi più grandi e pesanti di loro e sparare ai loro simili, bambini sventrati nei campi minati che erano obbligati a bonificare. Troppo sangue e troppe lacrime. Sarebbe impazzito se non ci fosse stata Patrizia al suo fianco: lei non aveva incertezze, non perdeva mai la speranza, era forte come le rocce del deserto. Lo stringeva in silenzio e lasciava che piangesse sul suo petto, con la testa appoggiata sul cuore, finché il ritmo regolare dei battiti riusciva a calmarlo. Solo allora gli asciugava le lacrime e lo baciava sulle labbra con tenerezza, e sebbene spossati dalle lunghe giornate estenuanti, facevano l’amore e si addormentavano abbracciati. Ogni nuova alba si svegliava accanto a lei e rimaneva in silenzio a guardarla, abbandonata nel sonno come una bambina, il corpo dalle curve morbide e la pelle colorata d’ambra dal sole dell’Africa.
Sono passati quasi dieci anni, e nemmeno una volta Fabio si è pentito d’avere seguito Patrizia. Hanno profuso ogni loro energia per aiutare i diseredati: alla missione, nei campi profughi, nei villaggi devastati dalle rappresaglie, nei piccoli ospedali mal attrezzati. Sono stati testimoni di orrori ed efferatezze di ogni genere, hanno sofferto la fame e la sete insieme a coloro che considerano fratelli, corso rischi che mettevano a repentaglio la loro stessa vita. Sempre insieme: due corpi e una sola anima che si espandeva fino a fondersi con l’immensa anima dell’Africa. Adesso, però, Fabio si sente stanco, e soltanto il dolce sorriso di Patty riesce a rincuorarlo.
Il tocco leggero delle dita sulla fronte lo strappa alle sue riflessioni; Hope lo fissa, preoccupata:
«Non essere triste, papà: la mamma non vuole che tu sia triste.»
L’uomo inghiotte a fatica le lacrime e la stringe al petto. Fra i tanti orfani della missione, Hope è la figlia del cuore, sua e di Patty, quella che non sono riusciti a regalarsi con il loro amore, ma non per questo meno adorata. Le immagini della notte di otto anni prima sono impresse a fuoco nella sua memoria.

Al termine del periodo delle piogge, i dinka si erano trasferiti con le mandrie nei pascoli vicini ai corsi d’acqua. Era la stagione più bella dell’anno per le comunità che si ritrovavano negli insediamenti stabili, e coincideva con la celebrazione di matrimoni e altri rituali collettivi.
Le grida che avevano spezzato il sonno della missione non assomigliavano ai canti dei pastori e agli schiamazzi gioiosi dei bambini. Fabio, don Carlo e tutti gli altri, svegliati di soprassalto, erano corsi fuori, appena in tempo per sentire le ultime parole del vecchio coperto di fango e sangue, gli occhi sbarrati dal terrore.
«Villaggio, guerrieri, bastoni di fuoco…»
Non avevano compreso tutto, ma il senso era drammaticamente chiaro: uno dei villaggi era stato assalito.
La notte si stava tingendo delle prime luci dell’alba; Fabio e Carlo non avevano indugiato: uno con la borsa dei ferri chirurgici e dei medicinali, l’altro con la stola e il messale, entrambi con la speranza di portare soccorso e conforto ai corpi e alle anime. Patrizia non aveva voluto saperne di rimanere al sicuro alla missione ed era saltata sul sedile posteriore della jeep, dopo aver caricato una tanica d’acqua, bende e indumenti puliti. Avevano impiegato più di due ore per raggiungere il villaggio; in jeep lungo la pista sconnessa, e l’ultimo tratto a piedi attraverso l’intrico della vegetazione, carichi di bagagli ed esausti, sostenuti dalla speranza di trovare qualche superstite. A tratti, il vento della savana feriva le narici con l’odore acre di bruciato, raccapricciante scia di morte a guidare i loro passi. 
Giunti nella radura, lo scenario si era presentato più sconvolgente di quanto avessero immaginato: i tukul abbattuti, il pozzo insabbiato e riempito di pietre, i granai dati alle fiamme; cadaveri smembrati e bruciati tra i quali si aggiravano, muggendo di terrore, i pochi zebù sfuggiti alla razzia. Don Carlo era corso in direzione dei resti fumanti del pacifico villaggio di pastori e contadini. Fabio, sotto shock, si era appoggiato al tronco di un’acacia. La testa gli girava vorticosamente e sarebbe scivolato a terra, se le braccia di Patrizia non l’avessero sorretto. «Coraggio» aveva sussurrato la donna, «andiamo…»
Aggrappati l’uno all’altra, barcollanti, avevano raggiunto Carlo che, inginocchiato tra i cadaveri dei dinka, pregava per le loro anime. Ciò che era scampato alla furia degli aggressori non era stato risparmiato dal fuoco, e l’odore del sangue si mischiava a quello dei corpi arsi e della legna carbonizzata. Con la forza della disperazione, Patty e Fabio avevano ispezionato ogni angolo del villaggio, ma la speranza che ci fosse qualche sopravvissuto si era rivelata vana: solo alcune decine di vecchi barbaramente trucidati e pochi uomini più giovani, caduti nel tentativo di difendere le famiglie e il bestiame. I bastoni e le lance non erano valsi a nulla contro i kalashnikov.
«Dove sono gli altri?» aveva chiesto Patty «I giovani, le donne, i bambini…»
«Alcuni saranno fuggiti nella foresta, molti sono stati catturati per essere venduti come schiavi.»
Gli occhi di Patrizia si erano riempiti di lacrime.
«Mio Dio… è atroce…» era crollata in ginocchio e singhiozzava.
«Non possiamo fare nulla per questi poveretti» la voce di Carlo sembrava provenire da una distanza remota. «Preghiamo, affinché Dio li accolga nella sua misericordia».
«La misericordia di Dio?» si era ribellato Fabio con veemenza. «Quale Dio può permettere che accada questo?»
Patty gli aveva tappato la bocca con una mano.
«Non bestemmiare! Non siamo in grado di comprendere il disegno divino, ma dobbiamo confidare nel Signore e rimetterci alla sua volontà.»
Stava per replicare che non intuiva nessun piano divino in quel barbaro massacro, quando un gemito, simile al verso di un animale ferito, aveva attirato la loro attenzione. Nei cespugli che delimitavano il villaggio, avevano trovato una donna riversa a terra, gli abiti bruciati e intrisi di sangue. Con cautela l’avevano voltata e Fabio si era chinato a esaminare le ferite; il volto, le braccia e le gambe erano devastati da ustioni profonde. Patrizia le aveva passato una mano sotto la nuca per sollevarle il capo e farle bere un po’ d’acqua dalla borraccia. La donna le aveva fatto cenno di avvicinarsi per sussurrarle qualcosa all’orecchio, poi era spirata.
«Cosa ti ha detto?» aveva chiesto Carlo mentre le abbassava le palpebre e si faceva il Segno della Croce.
«Il bambino… salvate il mio bambino…»
«Chissà che fine ha fatto il bambino…» Fabio scuoteva la testa «non riusciremo mai a ritrovarlo.»
«No! Il bambino deve ancora nascere: non vedi che è incinta? Devi operarla prima che muoia anche il piccolo!»
Praticare un cesareo in piena savana, e in quelle condizioni, era una follia, ma sarebbe stato un delitto non tentare. Per la madre non c’erano speranze, ma si poteva salvare il bambino. Patty aveva ragione: la donna era in avanzato stato di gravidanza e forse il piccolo era ancora vivo. Fabio aveva posato una mano sul ventre prominente e un impercettibile movimento aveva trasformato le speranze in certezza: nel grembo della sventurata si agitava una vita pronta a vedere la luce. Pochi minuti dopo, tagliava il cordone ombelicale e posava la bambina, che strillava a pieni polmoni, tra le braccia di Patrizia. Gli occhi di sua moglie si erano inondati di lacrime.
«Com’è bella! È sana e robusta. Hai visto, Fabio? Anche nei momenti più disperati può rinascere la speranza: non credi che questo faccia parte di un disegno divino?»
«Hai ragione…» aveva annuito, commosso.
«Speranza… che ne dite di chiamarla Hope?» era intervenuto il sacerdote. «Una speranza di pace per lei e la sua gente.»

Fabio accarezza Hope e pensa a tutto l’amore che le ha dato Patrizia. Fin dal primo istante che l’ha stretta al petto l’ha considerata sua figlia, l’ha allevata, curata ed educata. Patty riteneva che l’istruzione fosse fondamentale per quei bambini: dopo aver soddisfatto le necessità fisiologiche, bisognava sfamare e dissetare anche l’anima, e trascorreva molte ore nella scuola della missione a insegnare a leggere e scrivere. Hope e gli altri bambini avrebbero avuto un futuro migliore, in un paese di prosperità e pace.
“Pace” era la sua parola preferita. La pronunciava spesso… Anche quel giorno…

La giornata era più afosa del solito, la jeep arrancava sulla pista danneggiata dalle mine. L’epidemia di morbillo che aveva colpito i villaggi delle paludi costringeva Fabio a spostamenti quotidiani per inoculare i vaccini. Era una domenica di luglio, Don Carlo aveva celebrato la Messa nella chiesetta della missione e i bambini giocavano spensierati, sorvegliati dalle suore. Le truppe ribelli avevano ripiegato a nord già da diverse settimane, e Fabio aveva acconsentito che Patty andasse con lui. Cantava Patrizia, con la sua voce fresca.
Un piccolo drappello di ragazzi, tre in tutto, era sbucato dai cespugli, costringendo il veicolo a una brusca frenata. Vestiti con divise logore e armati di kalashnikov, probabilmente quei bambini, fuggiti dall’esercito di liberazione, erano solo affamati e spaventati. Sarebbe stato sufficiente dare loro un po’ di cibo, le borracce dell’acqua e qualche sterlina sudanese. Non aveva nemmeno fatto in tempo a suggerirle la prudenza, che Patrizia era già saltata dalla jeep e avanzava verso di loro, le braccia alzate con i palmi delle mani aperte, sorridente.
«Pace…» continuava a ripetere, «pace.»
Il bambino più piccolo si era fermato a guardarla come ipnotizzato, poi aveva lasciato cadere il fucile e le era corso incontro per rifugiarsi tra le sue braccia. Gli altri avevano cercato di richiamarlo indietro, a uno dei due era partito un colpo. Erano fuggiti prima che Fabio riuscisse a comprendere cosa stesse accadendo. Patrizia si era accasciata al suolo, ancora stretta al piccolo che aveva protetto con il suo corpo; sull’arida terra marrone si allargavano dei fiori rossi: il suo sangue.
«Pace…» aveva sussurrato, mentre Fabio si chinava su di lei sconvolto dalla disperazione.
Era stata la sua ultima parola.

Fabio guarda Patrizia che sorride dalla foto posta sulla lapide della tomba bianca, nel cimitero cristiano all’ombra del sicomoro. Patty ha donato la vita per quella terra, per la gente che amava, per la sua Africa. È morta in nome della pace e gli ha lasciato l’eredità di proseguire la sua missione; non può deluderla: non abbandonerà mai l’Africa.
Sorride a sua volta all’immagine della donna che amerà per sempre.

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