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martedì 2 aprile 2013

La mia nemica amatissima

(racconto, incipit)


E' così che mi rivolgo a te ogni volta che ti penso, ti desidero, t’invoco; che ti vorrei qui per stringerti, annusarti, assaporarti, perdermi in te. “La mia nemica amatissima”, dal titolo di una vecchia canzonetta, piuttosto famosa, le cui strofe riecheggiano nella mente, come il lait motiv che fa da sfondo a ogni altro pensiero. Sottile, subdolo, quasi inconsapevole eppure sempre presente, senza concedere tregua. Anche quando sono sicuro di averti sconfitta, umiliata, debellata per sempre. Strappata da ogni terminazione nervosa e da ogni cellula del corpo. Vinta. Quando m’illudo d'averti archiviata tra gli errori del passato. Troppi, pesanti, a volte imperdonabili ma gettati alle spalle per sempre. Ci siamo conosciuti che ero giovanissimo, poco più di un ragazzino, e nell'arroganza di chi crede d'avere l'universo stretto nel pugno, non ho capito che “quello” sarebbe stato l'incontro fatale della mia vita.
<<Tranquilli... >> irridevo gli amici che mi mettevano in guardia <<non faccio sul serio, è solo un gioco. Lei non riuscirà ad adescarmi: posso dirle “basta” in qualsiasi momento, lasciarla quando voglio e senza conseguenze. Non cadrò nelle sue lusinghe e non le permetterò di rendermi schiavo. Non potrà farmi il male che ha fatto a molti e che farà ancora a chissà quanti. Io non sono come gli altri: non sono un idiota!>>
Quanti drastici, stupidi “no!” che si sono trasformati in titubanti “forse... ”, per capi­tolare in altrettanti, amari, “sì”.
Non eri mai tu, a cercarmi: non ne avevi bisogno. Ti bastava mostrarti e aspettare, conscia del fascino perverso che eserciti, della malia che ottenebra la mente degli stolti che avvolgi tra le spire. Ed io ci sono cascato! Io, sbruffone, spirito libero, sicuro della mia onnipotenza. Io, il primo a dileggiarti, disprezzarti, disconoscerti... “Io”, l'ultimo dei cretini!
Quante volte ho provato a liberarmi di te! Non ti sei mai opposta, non hai protestato né fatto nulla per trattenermi. Rimanevi silenziosa in disparte, indifferente all'inferno che mi avvampava dentro, al quale cercavo invano di sfuggire. Sapevi quanto mi costasse la privazione, quanto fossi angosciato al pensiero di non vederti più, di non possederti, di non godere dell'illusorio appagamento che concedevi. E che non mi bastava mai. La rinuncia era tanto più dura, quanto più era vivida la consapevolezza di poterti riavere in qualsiasi momento, senza nemmeno dover chiedere, come se non t'avessi mai ripudiata. Bastava un gesto per farti tornare e vanificare giorni, settimane, mesi di torture durante i quali mi dicevo: “Ecco, ce l'ho fatta, stavolta è per sempre”. 
Ritrovarti mi riempiva d'euforia, come se l'ennesima battaglia che avevo appena per­so, contro di te e contro me stesso, fosse in realtà la più gratificante delle vittorie. Tu non recriminavi mai: il mio disprezzo e le continue abiure non ti offendevano; tornavi a me umile, sottomessa, sempre uguale a te stessa eppure diversa, più forte e invincibile della volta precedente. Ero io a darti quella forza, ad alimentare il tuo potere, a consegnarti la chiave delle catene con le quali m'imprigionavo da solo. Tu non chiedevi null'altro che quel piccolo, insignificante gesto e in cambio offrivi te stessa. Ti lasciavi consumare fino alle briciole, incenerire dalla smania voluttuosa della mia inestinguibile brama. Morivi per me e rinascevi subito dopo, più desiderabile che mai. Non chiedevi nulla e davi tutto.
Ci ho messo troppo tempo, a capire che era il contrario, ma ormai era tardi: non avevo vie di scampo. Tu non ne concedevi, o meglio, ero io a non darne a me stesso e a non voler percorrere quelle che tutti, inutilmente, m’indicavano. Sì, perché adesso ho capito qual è il prezzo che chiedi: ho voltato la carta e rivelato l'inganno. Adesso so che mentre bruciamo insieme i nostri deliranti amplessi, sprofondo senza appigli nel baratro della rovina. Adesso lo so, che mi sto distruggendo... con te e per te.

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